Quindici minuti per votare Matteo Renzi alle primarie, con la garanzia di avere una legge in cento giorni, contro ogni discriminazione e anche senza l’Udc, di cui si può benissimo fare a meno. Questo il cuore programmatico di “Diritti adesso! Manifesto Lgbt in sostegno a Matteo Renzi”, nato per le primarie del 2012 e sponsorizzato da esponenti della gay community e non, vicini all’attuale premier. E questi argomenti sostenevano in un video su Youtube Alessio De Giorgi e Giuliano Gasparotti, renzianissimi allora come oggi. E non erano i soli.

Tra i supporter c’era anche Luigi Marattin, lo stesso che in quell’anno insultò Vendola, reo di aver profetizzato la sconfitta di Renzi, dicendogli: “Nichi, per usare il tuo linguaggio, ma va a elargire prosaicamente il tuo orifizio anale in maniera totale e indiscriminata”. Quando uno ha classe… Curiosamente, qualche anno dopo Scalfarotto – anche lui presente in quel video – si sarebbe lamentato di un tweet omofobo retwittato da Grillo, di tenore praticamente uguale, sempre contro l’ex governatore pugliese. Strano che allora il sottosegretario non trovasse scandalo alcuno nelle dichiarazioni dei suoi compagni di avventura rispetto un linguaggio non certo degno di un rappresentante delle istituzioni. Marattin, infatti, nel frattempo è diventato consigliere economico di Palazzo Chigi. Il bello del relativismo, converrete.

Spicca anche Cristiana Alicata, che nel video affermava che Renzi “ti sta dicendo in modo chiaro prima del voto che entro cento giorni le coppie omosessuali verranno equiparate al matrimonio attraverso lo strumento delle civil partnership e sarà possibile per il genitore non biologico adottare il figlio del genitore biologico”. La storia poi è andata diversamente.

Renzi è diventato premier all’inizio del 2014, alla seconda candidatura per le primarie. I cento giorni promessi si sono trasformati in ben otto rinvii. L’ultimo: il 15 ottobre 2015. Per tale data – a sentire lo stesso presidente del Consiglio insieme al suo fan club Lgbt – le unioni civili sarebbero state approvate in Senato. Invece sono solo state incardinate. E la natura del ddl non è certo quella millantata dai personaggi del video. I senatori cattolici scalpitano e vogliono trasformare le stepchild in affido. Renzi stesso sta mediando con Alfano su questo tema, e per tener unito il governo – il provvedimento è di iniziativa parlamentare e i numeri, sulla carta ci sarebbero – c’è davvero il rischio di un’ulteriore mediazione al ribasso ai danni delle persone Lgbt. Si poteva fare a meno dell’Udc, ma non di Angelino a quanto pare.

Il Pd, si ricordi ancora, ha votato un testo che – contrariamente a quanto promesso – non fa alcun riferimento al matrimonio e le coppie omosessuali non sono definite come famiglie, ma come “formazioni sociali specifiche”. Una legge-ghetto, insomma, che nel giardino dell’uguaglianza crea panchine per i gay e le lesbiche ben distinte da quelle destinate alle famiglie tradizionali.

I gay renziani, la zona grigia della gay community italiana, quella via di mezzo tra fan club acritico e tifo da stadio (con tanto di curva verbalmente violenta) stranamente brindano. Non si sa a cosa, tuttavia. Quelli che “è vietato non avere fede in Lui”, detto in maiuscolo, come solo Emilio Fede sapeva fare parlando di Berlusconi. Quelli del conto alla rovescia per il 15 ottobre – che da oggi dovrebbe ripartire da +1, per coerenza – degli insulti alle associazioni e delle veline sull’Unità in cui si taccia di irrilevanza politica chi ha la colpa di non amare il leader indiscusso del “cambio verso”, dell’“Enrico stai sereno” e dell’“Ivan magna”. Gli stessi che, sperando in un’amnesia di massa, si premurano a cambiare le carte in tavola retwittando la senatrice Cirinnà che su Twitter scrive: “Come promesso #unionicivili arrivano in aula con mio testo; tutti diritti e stepchil”». Peccato che avessero promesso ben altro. Video alla mano e dichiarazioni su tutti i giornali.

Eppure le maestranze Lgbt dentro un partito dovrebbero portare le istanze del movimento nella politica reale e non certo lavorare per zittire o insultare chi rivendica la vera uguaglianza, come cercano di fare i supporter di Renzi. I gay e le lesbiche dentro il Pd, fino ad oggi, sono stati complici più o meno consapevoli della situazione attuale fatta di continui rinvii e del mantenimento dello stato di minorità della comunità Lgbt italiana. Succede, quando stai in un partito non in nome di un progetto, ma per portare lustro al leader in merito alla questione omosessuale. È questa la differenza tra loro e il resto di una comunità che li guarda indignata, per un alto senso della propria dignità personale. Dopo il 15 ottobre più che mai.