Luigi Marattin, assessore al Bilancio del Comune di Ferrara, renziano di ferro nel variegato Pd, ha  invitato Nichi Vendola, attraverso  un tweet, ad “elargire prosaicamente il suo orifizio anale, in maniera totale e indiscriminata”. Una frase che ha creato parecchia indignazione, scatenando un’accesa polemica che, a ben guardare, verte tutta su una questione: c’è omofobia nel tweet di Marattin?

Innanzitutto io credo ci siano un linguaggio e degli argomenti lontani anni luce da ció che dovrebbe essere la politica: Vendola, in diretta su La7, aveva paragonato Matteo Renzi a Tony Blair: si può non essere d’accordo, e questo disaccordo può – anzi deve – essere espresso, con abbondanza di argomenti. Se però la replica, anziché tenersi nel merito della questione, scivola clamorosamente nei toni della curva sud dello stadio, è lecito chiedersi allora perché, chi quei toni li usa, sieda in una residenza municipale e non – appunto – allo stadio.

In secondo luogo, è utile immaginare, ognuno nella propria testa, cosa sarebbe successo se quella frase Luigi Marattin l’avesse rivolta, sempre con un tweet, a Rosy Bindi o a Pierluigi Bersani. “Lo avrei detto a chiunque, non l’ho detto a Vendola in quanto gay” sembra essere la tesi difensiva che l’assessore oppone ai tanti che sui social network lo accusano di omofobia. Resta il fatto che lui non l’ha detto a chiunque,  l’ha detto a Vendola, cioè  a un omosessuale. E l’ha detto (anzi l’ha scritto e dopo poco cancellato) senza porsi il problema che quell’espressione assomigliasse tanto agli insulti che spesso si usano nei confronti delle persone omosessuali.

Marattin non ha poi considerato che l’intenzione di chi legge vale quanto quella di chi scrive nella costruzione del significato di un messaggio, e che un politico con un pizzico di buonsenso dovrebbe fare attenzione a non dire parole che possono essere fraintese, specie se quel fraintendimento è così pericoloso. Perché poi, di quel fraintendimento, bisogna farsi carico.

Come bisogna farsi carico della legittimazione che un assessore dà a quel tipo di insulto rendendosene autore, quale che sia l’interpretazione  che ciascuno ne dà.

Va anche detto che un insulto come quello usato da Marattin, a chiunque sia rivolto, è comunque il prodotto di una cultura omofobica che ritiene spregevole il sesso anale, associato appunto all’omosessualità. Poi, certo, l’uso ‘convenzionale’ di quella ‘formula’ ne ha sbiadito il significato, non rendendola però per questo meno sgradevole.

Ma il vero problema, anche volendo ignorare tutte queste considerazioni, è che l’assessore Marattin sullo strappo ha cercato di mettere una pezza e, come spesso capita, la toppa alla fine è peggio del buco. Sul suo profilo Facebook, per chiarire la sua posizione dopo il ‘pasticcio’, a un certo punto ha scritto: ‘Prendete la bellissima legge ‘Don’t ask, don’t tell’ di Obama… è vietato nell’esercito USA chiedere o rivelare le proprie preferenze sessuali’. Salto sulla sedia: la ‘bellissima’ legge che Marattin cita fu introdotta da Clinton nel 1993 e non da Obama, il quale invece, siccome era proprio un sacco bella,  l’ha abrogata un anno fa. Perché, spiega bene il renziano, quella legge VIETAVA agli omosessuali di dichiarare il proprio orientamento sessuale, pena l’impossibilità di arruolarsi o l’espulsione, qualora si fosse già dentro. A causa di quella legge molti gay e molte lesbiche sono stati cacciati dalle forze armate e altrettanti sono stati costretti a vivere la propria sessualità e i propri affetti segretamente.  Marattin ora ci spieghi: cosa c’è di bello – anzi di bellissimo – in tutto questo?