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Cpr di Potenza, disordini dopo la morte di un 30enne: otto arresti. A Milano un trattenuto ha ingerito detersivo

Il ragazzo, originario della Tunisia, viveva da alcuni giorni accampato con un materasso vicino al campo di calcetto. In Lombardia, il 37enne marocchino Ettabouti è uscito dal coma. L'avvocato Covella: "Soggetti fragili entrano troppo facilmente"
Cpr di Potenza, disordini dopo la morte di un 30enne: otto arresti. A Milano un trattenuto ha ingerito detersivo
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Un 30enne tunisino, L.D., è morto cadendo dal tetto del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Palazzo San Gervasio, a Potenza. L’evento ha fatto scoppiare diversi disordini nel centro, per cui otto persone trattenute sono state arrestate dalle forze dell’ordine. Arturo Covella, avvocato che segue il caso, ha riferito a ilfattoquotidiano.it che l’episodio è arrivato al culmine di diverse tensioni all’interno della struttura, causate “dal caldo, dal cibo andato a male e dalla mancanza di acqua fresca, che aveva portato altri due ragazzi a ingerire del vetro e della candeggina”. Intervistato al termine di una visita al Cpr, Covella ha spiegato che L.D. viveva da diversi giorni fuori dai moduli, accampato con un materasso vicino al campo di calcetto a causa di problemi psichiatrici che erano già stati riscontrati in precedenza. Secondo le ricostruzioni, non ancora documentate, il giovane era stato in altri Cpr, dai quali era uscito tutte le volte a causa di questi disturbi. “Lui era entrato in Cpr venerdì e da quel giorno non ha fatto visite o screening, ma aveva in mano i documenti che accertavano la sua fragilità psichiatrica. Chi ha accertato che il ragazzo era sano e poteva stare in comunità ristretta?”, si chiede.

Come forma di protesta, L.D. si è arrampicato sulla rete del campo da calcio ed è caduto battendo la testa, anche se non è chiaro se sia scivolato a causa di una ciabatta o se abbia tentato di togliersi la vita. Covella esclude che l’intento fosse quello di suicidarsi, ma sottolinea che si è trattato di un campanello d’allarme altrettanto pericoloso: “Il fatto che fosse un atto di protesta finito male non fa altro che confermare che tutti gli atti di autolesionismo che accadono nei Cpr vengono sottovalutati, così ci ritroviamo a parlarne solo quando ci scappa il morto”. Secondo quanto riferito da Covella, il medico del centro non era presente al momento della caduta e i soccorsi sono stati ritardati: “L’elisoccorso ha solo potuto constatare il decesso, mentre le ambulanze accorse per altri ragazzi che stavano male sono state bloccate all’ingresso a causa delle proteste”. Inoltre, denuncia una forte mancanza di personale medico, aggravata dalle distanze: il pronto soccorso più vicino dista 40 chilometri, mentre quello più attrezzato si trova a Potenza, a 60 chilometri. Secondo Covella, la responsabilità di episodi come questo è duplice: “Da un lato c’è quella del medico che ha firmato l’idoneità, dall’altro quella della Prefettura di Potenza che non ha previsto per il Cpr di Palazzo San Gervasio un piano anti-suicidario o una convenzione con il Sert per la gestione di questo tipo di fragilità”.

L’episodio si è verificato a sole 24 ore di distanza dal ricovero in terapia intensiva all’ospedale Niguarda di Mouchine Ettabouti, marocchino di 37 anni, che aveva ingerito del detersivo contenente acido cloridrico nel centro di via Corelli a Milano. L’uomo è uscito dal coma e non è più un pericolo di vita, sebbene le sue condizioni siano ancora gravi. Secondo alcune ricostruzioni non confermate l’uomo potrebbe essere stato aggredito prima di ingerire la sostanza. Ciò che è certo è che le sue condizioni di detenzione erano critiche: lo scorso 6 agosto la consigliera del Municipio 3 di Milano Rahel Sereke e il consigliere regionale Luca Paladini hanno effettuato un’ispezione al centro – l’unico con un contatto diretto con l’esterno in quanto possono ancora entrare i telefoni -, in cui hanno riportato 17 eventi critici solo negli ultimi trenta giorni. È quanto emerge dalle carte dell’ente gestore, che ha annotato tentativi di suicidio, ingestione di corpi contundenti, atti autolesionisti, scioperi della fame e alcune fratture. Una persona nel centro era sotto osservazione dopo aver tentato di darsi fuoco, mentre altre otto erano state rilasciate dopo una rivalutazione medica dell’idoneità al trattenimento: le testimonianze raccolte dai due consiglieri restituiscono un quadro di forte disagio, con “lacrime, calci e pugni alle porte e soprattutto richieste di aiuto” per le condizioni del trattenimento, che per alcuni di loro va avanti da marzo. Per quanto riguarda gli spazi, i due li hanno descritti come estremamente caldi, con materassi sporchi e spostati negli spazi semiaperti. “Abbiamo scelto una giornata d’estate perché è il periodo più critico per le persone private della libertà in tutti i luoghi di reclusione”, hanno spiegato, rinnovando l’invito a chiudere il Cpr, facendo seguito alla diffida presentata al sindaco Sala lo scorso 10 aprile dalla stessa Sereke e dall’eurodeputata Cecilia Strada.

Nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), infatti, i picchi di caldo si sentono ancora di più. Come riportato da diversi report di monitoraggio, nelle strutture non sono garantite condizioni igieniche minime, spesso i pasti sono scaduti, mancano impianti di ventilazione e antincendio e non c’è una divisione chiara degli spazi. Inoltre, le persone trattenute si trovano in uno stato di forte stress psicologico, con la quasi totale assenza di privacy e un impiego non regolato di psicofarmaci somministrati anche a chi non ne aveva mai fatto uso per sedare lo stato di agitazione. Per entrare in Cpr serve un certificato di idoneità firmato da un medico del Sistema sanitario nazionale, ma anche su questo fronte sono state riscontrate diverse opacità: come svelato da un’inchiesta de Lavialibera, diversi medici denunciano pressioni da parte delle forze dell’ordine per rilasciare il nullaosta, sostenendo di non essere messi nelle condizioni di svolgere la visita con tempi e strumenti adeguati, o ancora senza sapere dove la persona sarà mandata, talvolta pensando che il luogo di destinazione sia un centro d’accoglienza. Infine, due report dell’Oms hanno certificato che i luoghi di detenzione amministrativa – che non riguarda persone che hanno commesso un reato, ma solo chi non ha i documenti in regola – sono patogeni, cioè fanno ammalare chi vi entra.

Per questo motivo, “all’interno di queste strutture entrano con troppa facilità soggetti fragili”, spiega ancora Covella: sono diversi i casi di persone con patologie fisiche e soprattutto psichiche pregresse che dentro i centri peggiorano, oppure di persone sane le cui condizioni di salute peggiorano significativamente. L.D. è l’ennesima vittima di un sistema che ne ha già mietute diverse: in assenza di dati ufficiali, alcune organizzazioni hanno stimato un totale di almeno 30 decessi fino al 2025, tra cui come Moussa Balde, morto impiccato nel Cpr di Torino nel 2021, Ousmane Sylla, suicidatosi nel Cpr romano di Ponte Galeria nel 2024, e Oussama Darkaoui, morto nel 2024 proprio a Palazzo San Gervasio.

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