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Venerdi 25 settembre, dopo la pausa estiva, alla libreria Assaggi di Roma, proprio a due passi dalla Facoltà di Medicina e Psicologia de La Sapienza, e nel cuore del più bohémien dei quartieri della città, è tornato in scena il Freud’s Bar coi suoi appuntamenti mensili (per il programma prossimi mesi, leggi qui) nei quali, ormai da due anni, la Società Psicoanalitica Italiana (la più antica società di psicoanalisi dello stivale), si apre al pubblico. Il tema era di grande attualità: “Omo, etero, bisex e trans”. La coordinatrice, la psicoanalista Claudia Spadazzi, ha presentato la collega Simona Argentieri, dell’Associazione Italiana di Psicoanalisi. Nonostante la veneranda età, la Medaglia della Presidenza del Consiglio dei ministri per i meriti scientifici e culturali, una produzione bibliografica consistente, un interesse protratto nel tempo sulle tematiche inerenti alla cultura Lgbtqi, e l’impegno con la bioetica, la conferenziera ha dato una pessima prova. A cominciare dal confondere transgenderismo e intersessualità, o dal paragonare la disforia di genere col capriccio delle neo-diciottenni che chiedono come regalo per la maturità una mastoplastica.

Tralasciando per il momento il contributo debole e opaco della Argentieri (che per altro, al primo intervento critico del pubblico, si è dichiarata “rassegnata ad avere contro la comunità Lgbt” senza rispondere nel merito) vorrei riflettere sull’operato di una società, la Spi, che, forse per reagire alle accuse di chiusura, severità e arretratezza (e in linea col nuovo presidente, Nino Ferro, finalmente sensibile ai temi della contemporaneità) decide di aprirsi al confronto con la società, ma lo fa in modo sommario e superficiale. In particolare sulle questioni citate nel titolo dell’incontro (assurdamente raggruppate tutte insieme – malattie e orientamenti – e senza un focus) vista la scottante attualità, non ha molto senso infatti non invitare un rappresentante delle associazioni Lgbtqi, o dei medici che lavorano con le persone transessuali (contro cui la Argentieri e tutti i colleghi in sala hanno sferrato un acceso attacco).

Ma torniamo alla cronaca del 25 sera. Ciò che sosteneva la Argentieri, e con lei un pubblico omologato e omologo (90% circa di psicoanalisti), era una accusa indiscriminata all’operato di quei chirurghi che operano le persone che vogliono cambiare sesso. “E’ come amputare un arto sano – ha detto la psicoanalista. Se, poniamo, un paziente immagina che tutto il suo mal di vivere sia collocato su un braccio, e ne chiede l’amputazione, certamente non è il caso che il medico tagli. Ecco, allo stesso modo, i pazienti che chiedono un’amputazione dei genitali dovrebbero essere curati da uno psicoanalista invece che tagliati”. La sua critica si basava su un paio di casi di suoi pazienti operati e poi “pentiti” e, alla domanda su cosa ne fosse degli studi della comunità scientifica internazionale arrivati a diagnosticare (in Italia nel 1982) la “disforia di genere” come una malattia (a carico del Servizio Sanitario Nazionale), ha risposto in modo allusivo e senza entrare nel merito: “Bisogna vedere come vengono fatti questi studi…”.

Colpisce l’arroganza e l’ignoranza. Soprattutto quando si tratta di rappresentanti della cultura (scientifica) italiana, ossia di quelle persone o ambienti intellettuali (come la Spi) che dovrebbero – oltre naturalmente a fare corretta informazione – spingere avanti di una goccia la ricerca, o aiutare le persone a comprendere ciò che è poco noto e fa paura. E invece? Ancora una volta il punto è riaffermare e rinforzare un’appartenenza, l’arte di un mestiere, un sapere dogmatico conferito dall’alto (da un albo?) alla faccia del confronto laico e libero, quello cercato per pura passione di conoscenza. E, cosa ancora più grave, a spese di quelle oltre 50 mila persone che, in Italia, soffrono di disforia di genere e che, il 25 sera, non erano state invitate e non hanno potuto raccontare come il cambio di genere sessuale sia la loro possibilità per rimettersi al centro della propria vita.

Ma non è finita qui. Il 25 sera, infatti, sono state dette altre sciocchezze. Come ad esempio che in Italia i medici somministrano ormoni ai bambini per bloccarne la pubertà, “mentre invece basterebbe qualche seduta di psicoanalisi per trasformare un comportamento transitorio in riappropriazione di sé” (intervento di una psicoanalista del pubblico che citava il caso di un suo paziente). Io credo che, se non si ha voglia o tempo di leggere gli studi scientifici internazionali più recenti sul tema, si può almeno cercare qualcosa in rete (per esempio l’interessante contributo di Norman Spack), oppure (come ho fatto io per dare una voce a chi, l’altra sera, è stato accusato senza potersi difendere) farsi una chiacchierata con “il nemico”: l’intelligente chirurgo Giulia Lo Russo dell’ospedale universitario di Careggi, a Firenze, spiega con chiarezza come i chirurghi che amputano i genitali delle persone transessuali altro non fanno che applicare una sentenza di un giudice, che arriva dopo un minimo di cinque anni di un rigido percorso psicoterapico: “Che ci si trovi davanti a una tragedia – spiega Lo Russo – è chiaro, a chiunque. Ma si tratta di aiutare chi soffre, e non di proteggersi dalla propria angoscia. Sarebbe certamente assai preferibile se il disturbo dell’identità di genere potesse essere guarito con un ciclo di sedute di psicoanalisi, ma non è così. Semplicemente. Un paio di casi di pazienti pentiti non possono sostenere alcuna posizione rilevante scientificamente, e forse basterebbe uscire dai chiusi studi di psicoanalisi e osservare i bambini che arrivano in ospedale, sereni, forti, senza malattie psichiatriche, che incondizionatamente si sentono appartenere al genere opposto al loro. Magari avessimo il coraggio, in Italia, di bloccare le loro pubertà, come fanno i protocolli del resto del mondo. E dico magari, perché “dopo” si eviterebbe un 40 di piede, ad esempio, o un pomo di Adamo troppo prominente, che poi nemmeno la chirurgia può correggere. Invece nessuno si prende questa responsabilità, nonostante non vi siano leggi che lo impediscano. Proprio perché anche per noi chirurghi, come per gli psicoanalisti, l’irreversibilità non è uno scherzo. Il fatto è che l’eziopatogenesi di questa malattia, ossia le cause, non sono ad oggi del tutto chiare, e il terreno è incerto per chiunque. Siamo solo all’inizio della ricerca scientifica, ma ciò che deve guidare un bravo medico, sempre, è prima di tutto l’ascolto del paziente”.

E forse il punto è proprio questo: avere il coraggio di mettere al centro il paziente, e non il mestiere. L’arte dell’interpretazione, di cui la Spi è naturalmente maestra, è seducente e ammaliante, ma, come appunto per un pittore, non può né deve sostituirsi alla realtà che si sta interpretando. Il pensiero, come l’arte, coi suoi simboli può ampliare l’immaginario e aggiungere senso, ma se tenta di sostituirsi all’esperienza delle persone, sempre nuova, viva e unica, diventa invece inutile, sterile. O peggio: violenza. Per questo, ai signori psicoanalisti del Freud’s Bar, verrebbe da dire: interpretate pure, donate con generosità i vostri grandi affreschi della psiche umana, ma non rubate il mestiere ai medici che, con umiltà e coraggio, fanno un lavoro difficile e impegnativo, sporcandosi le mani. E soprattutto, imparate ad ascoltare davvero.

Infine, al Freud’s Bar si è parlato anche dei paesi che riconoscono alle persone transgender il diritto di cambiare il nome all’anagrafe senza bisogno dell’asportazione dei genitali (negli ultimi due anni si è allungata la lista: Spagna, Argentina, Portogallo, Regno Unito, Germania e Austria, e anche il Consiglio d’Europa ha raccomandato di andare in questa direzione): “Il fatto che in quei paesi sia diminuito il ricorso all’intervento chirurgico – sosteneva la Argentieri – ne dimostra l’inutilità”. “E’ vero il contrario – ribatte Lo Russo: il bisogno di identificarsi col genere opposto è tale che in Italia e nei paesi dove tale legge non vige si è persino disposti a ricorre alla chirurgia”.

A chiusura di serata, ho domandato se la Spi accetterebbe uno psicoanalista transgender: sono stata invitata a tacere per “evitare altro disturbo”. A quel punto, andandomene, mi è venuta in mente l’Italia degli anni ’70, quando, approvata la legge sull’aborto, i preti tentavano di convertire le donne a non operarsi: in cosa, esattamente, differivano dall’atteggiamento dei nostri psicoanalisti odierni? E cosa avranno da dire sul tema che, davvero, trasporta questo mondo nel prossimo, ossia l’omogenitorialità, guarda caso il Grande Assente?