Un “gobbo di merda” ha riportato la Fiorentina in testa alla classifica, 17 anni dopo Trapattoni, Rui Costa e Batistuta. Per dirla alla maniera colorita dei tifosi toscani, è il paradosso di questa strana e per ora meravigliosa stagione viola. L’uomo del momento è un allenatore contestato ancor prima del suo arrivo. La squadra rivelazione del campionato è una barca da cui tanti quest’estate sono scappati perché sembrava sul punto di affondare. E invece ora veleggia davanti a tutti, col vento in poppa.

Quando Paulo Sousa è arrivato a Firenze lo scorso giugno, una scritta lo ha accolto sui muri dello stadio Franchi. “Gobbo di merda”. Rosso sul bianco dell’intonaco, caratteri cubitali. Firmato “Firenze 1926”, gruppo storico del tifo organizzato. Il benvenuto della città che non gli perdonava il passato con l’odiata maglia della Juventus. E lo scetticismo non ha abbandonato il portoghese neanche dopo l’ottimo precampionato o i primi risultati incoraggianti. “Gioca male”, “cambia troppo”, “non ha dato un’identità alla squadra”, alcune delle critiche più diffuse. Forse per quell’ombra bianconera sulla sua carriera. Forse per un pedigree non entusiasmante (solo un anno di buon livello al Basilea, prima di approdare in Toscana), forse semplicemente perché non era facile sostituire Montella.

Eppure, anche grazie alle sue scelte, la Viola ha umiliato l’Inter a San Siro. Frutto non del caso, ma neppure del progetto. Sulla carta, quella di quest’anno è una squadra ridimensionata rispetto al passato. L’estate della Fiorentina è stata più che difficile. Segnata da tre casi estenuanti (Montella, Salah, Joaquin) finiti tutti male. Il divorzio a colpi di comunicati con l’Aeroplanino. Il tira e molla con l’egiziano, che pur avendo un impegno con la società gigliata aveva preferito l’Inter e poi si è accasato alla Roma. Infine la fuga inattesa di Joaquin, tornato nella sua Siviglia a poche ore dalla conclusione della campagna trasferimenti. Anche il mercato è stato complicato: un bilancio chiuso con un rosso vicino ai 40 milioni di euro, il sacrificio necessario di Savic. Lontani i tempi in cui i Della Valle sognavano con l’acquisto di top player internazionali: il grande flop Mario Gomez è stato svenduto al Besiktas, pur di liberarsi di un problema e di un ingaggio pesante.

Ed è proprio qui che la Fiorentina è tornata grande: nella gestione delle emergenze, con scelte che potevano essere azzardate e invece fin qui si stanno rivelando tutte indovinate. Al posto di Montella è arrivato Sousa; Kalinic, l’eroe di San Siro, ha rimpiazzato Gomez. Blaszczykowski ha sostituito Joaquin. E gli altri addii hanno aperto spazi importanti per i giovani: Babacar e Badelj sono già pilastri della formazione viola, presto potrebbe esplodere Bernardeschi, uno dei migliori talenti del panorama italiano. Sempre in attesa di capire se e quanto sarà possibile recuperare il vero Giuseppe Rossi.

Può una squadra costruita nell’emergenza, guardando all’austerity e senza investimenti, essere paragonata ad una delle Fiorentine più forti di sempre? Forse no, ma il confronto nasce da quel primo posto che a Firenze mancava 17 anni. Certo, non ci sono i gol di Batistuta e le magie di Rui Costa, Sousa non sarà il Trap (anche se con lui ha in comune il passato da “gobbo”). Però la Fiorentina è lì davanti a tutti. E domenica prossima, complice un calendario favorevole (in casa contro l’Atalanta, mentre l’Inter giocherà in trasferta contro la Sampdoria), potrebbe anche rimanerci da sola: l’ultima volta che è successo era il 7 febbraio 1999. Quella squadra alla fine arrivò terza e si qualificò in Champions League. Questa chissà. A Firenze pensano in grande, e fanno bene: nel campionato più pazzo dell’ultimo decennio – dove Juve, Inter e Milan tornano a perdere contemporaneamente 21 anni dopo l’ultima volta (ottobre 1994) – a tutti è concesso sognare.

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