Dubbi sulla cancellazione delle famigerate clausole di salvaguardia, cioè gli aumenti automatici di Iva e accise destinati a scattare in assenza di coperture alternative, saranno disinnescate. Perplessità sulla fatidica spending review, che sembra perdere slancio. E un avvertimento: in un contesto di ripresa così fragile, aumentare il deficit come il governo Renzi vuol fare per coprire gran parte degli interventi promessi in vista della legge di Stabilità è un rischio notevole. A mettere in fila tutti i nodi che restano irrisolti dopo l’aggiornamento del Documento di economia e finanza non c’è solo Bruxelles, ma anche i tecnici del Senato e la Corte dei Conti, che hanno passato al lentino la nota già oggetto di alcuni rilievi da parte dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Mentre l’unica nota parzialmente ottimista arriva dall’Istat il cui presidente, Giorgio Alleva, conferma le stime governative, ma invita alla prudenza.

L’esecutivo, scrive il servizio Bilancio di Palazzo Madama, ha però promesso che le clausole di salvaguardia saranno disinnescate, ma nella nota ha indicato solo il gettito di quelle previste dalla legge di Stabilità 2015. “Dimenticandosi” di quelle introdotte dalla manovra precedente, firmata dall’ex premier Enrico Letta. In più non dà alcuna indicazione su dove e come intende tagliare la spesa pubblica per ricavare le risorse con cui coprire il promesso taglio delle tasse. Nel frattempo il presidente della Corte dei Conti Raffaele Squitieri, in audizione sulla nota di aggiornamento, ha sottolineato che l’aumento del deficit “riduce i margini di protezione rispetto a una valutazione che potrebbe rivelarsi troppo ottimistica degli andamenti tendenziali”, esponendo la gestione del bilancio “agli effetti di una perdita di fiducia che risulterebbe incompatibile con l’attuale impostazione della manovra di finanza pubblica”. Tanto più che la ripresa è fragile, le entrate fiscali incerte e i margini di flessibilità che il governo conta di ottenere da Bruxelles a fronte dell’emergenza migranti tutt’altro che scontati. Versione analoga, ma con un tono di maggiore ottimismo, quella del numero uno dell’Istat secondo il quale  “gli indicatori congiunturali disponibili al momento e le previsioni realizzate confermano lo scenario delineato” dalla nota di aggiornamento al Def, anche se “l’espansione dei consumi potrebbe essere meno rapida perché influenzata da una moderata riduzione della disoccupazione e da un più lento ripristino delle condizioni di fiducia delle famiglie”. Per Alleva, inoltre, “il ripristino di un contesto favorevole agli investimenti è condizione fondamentale per non compromettere il percorso di crescita delineato nella Nota al Def”.  Ovvero, in sintesi,  “le ipotesi alla base della Nota appaiono ragionevoli e la richiesta delle clausole Ue presenta plausibilità, ma restano fragilità nel percorso programmatico di finanza pubblica”.

I conti del governo senza le clausole di Letta – “Nel complesso”, scrive il servizio Bilancio di Palazzo Madama nel suo dossier, “le clausole di salvaguardia previste dalla legge di Stabilità 2015 (aumento aliquote Iva e aumento accise oli minerali per la mancata autorizzazione della Commissione europea sul reverse charge al settore della grande distribuzione) e dalla legge di Stabilità 2014 (variazione di aliquote d’imposta e detrazioni vigenti) determinerebbero un gettito pari a circa 16,8 miliardi nel 2016, a 26,2 miliardi nel 2017 e di poco inferiori a 29 miliardi nel 2019″, ma “il gettito complessivo indicato dalla Nota sembrerebbe attribuibile alle sole clausole di salvaguardia disposte dalla legge di Stabilità 2015”. La Nota “evidenzia l’impegno a bloccarne l’attivazione, per evitare che la ripresa economica in atto e il processo di attuazione delle riforme strutturali iniziato vengano frenati da misure restrittive“. Però la tabella sulle clausole non tiene conto degli aumenti Iva e della riduzione delle agevolazioni fiscali previste dalla finanziaria per il 2014, che valgono 3,2 miliardi annui per il 2016 e 6,2 dal 2017. La conclusione è che “sarebbe utile acquisire un dettaglio delle clausole di salvaguardia cui la Nota fa effettivo riferimento” e “andrebbero fornite ulteriori indicazioni in merito agli effetti finanziari attribuiti all’applicazione del reverse charge nella grande distribuzione, tenuto conto della mancata approvazione da parte della Commissione europea”.

Fa eco ai tecnici del Senato il presidente dei magistrati contabili, che rileva come “mentre si ribadisce l’azzeramento della clausola per il 2016 nulla è detto per quanto riguarda i successivi esercizi. A legislazione vigente, l’attivazione delle diverse clausole comporterebbe, infatti, maggiori entrate per 26,2 miliardi nel 2017 che si stabilizzano a regime nel 2019 su 29 miliardi annui. Né viene precisato l’ammontare sia del minor gettito conseguente agli ulteriori sgravi fiscali programmati, sia dei tagli di spesa previsti a (sia pur parziale) copertura”.

Spending review troppo fumosa: “Nessuna informazione su dove e quanto si taglia” – I tecnici del Senato rilevano poi che insieme all’indicazione “puntuale” delle misure che il governo intende mettere in campo con la prossima legge di Stabilità “sarebbe opportuno” chiarire “il nuovo profilo” della spending review. Operazione che, per Squitieri, è “un fattore chiave per la sostenibilità delle scelte di bilancio” e “il più importante fattore di credibilità delle scelte di finanza pubblica”. Il governo, osserva il servizio Bilancio, “elenca le finalità alle quali destinare le risorse” che andranno nel 2016 a “misure di alleviamento della povertà e stimolo all’occupazione, agli investimenti privati, all’innovazione, all’efficienza energetica e alla rivitalizzazione dell’economia anche meridionale”, al “sostegno alle famiglie e alle imprese anche attraverso l’eliminazione dell’imposizione fiscale sulla prima casa, i terreni agricoli e i macchinari cosiddetti imbullonati, all’azzeramento delle clausole di salvaguardia”. Per il 2017 poi “si prevede una riduzione della tassazione gravante sugli utili aziendali, con l’obiettivo di avvicinarla agli standard europei e di accrescere l’occupazione e la competitività dell’Italia nell’attrarre imprese ed investimenti”.

Quanto alle coperture, “il governo afferma che al finanziamento delle misure descritte e al miglioramento qualitativo della spesa contribuiranno in misura prevalente la riduzione e razionalizzazione della spesa pubblica”. Peccato che la Nota non confermi l’intenzione di tagliarla di 10 miliardi, come il commissario Yoram Gutgeld e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ripetono da mesi. Anzi, “per il 2016 è prevista l’adozione di un profilo più graduale di tali misure di risparmio”. Quindi “sarebbe opportuno che tale affermazione fosse supportata da indicazioni qualitative e quantitative in ordine alla tipologia e all’entità delle misure di revisione della spesa e alla fonte delle ulteriori risorse necessarie al finanziamento complessivo delle misure descritte”.

Corte dei Conti: “Incertezza sul gettito fiscale a causa di scelte contraddittorie” – Il presidente dei magistrati contabili ha fatto anche notare che “permangono potenziali elementi di fragilità nel percorso programmatico di finanza pubblica, che attengono alla tenuta del quadro di riferimento e alla composizione della manovra”. Di conseguenza l’andamento del gettito fiscale, che risente del corso dell’economia, “non appare esente da incertezze” e “potrebbe risultare meno favorevole di quanto programmato”. Lo stesso taglio delle tasse non necessariamente spingerà il prodotto interno lordo. “Dovranno essere approfondite le implicazioni sulla crescita del percorso di riduzione fiscale annunciato, anche tenendo presente l’incertezza che è stata generata dal susseguirsi di scelte a volte contraddittorie, in particolare, in materia di imposizione patrimoniale”, ha fatto presente Squitieri. Quanto ai circa 3,2 miliardi di deficit aggiuntivo che il governo intende fare giustificandoli con la necessità di assicurare assistenza ai migranti, si tratta di un “margine non scontato”. Insomma, non è detto che la Commissione europea riconosca che si tratta di costi eccezionali a fronte dei quali è consentito sforare sui conti pubblici.

“Chiarire se il gettito dal rientro dei capitali è già tutto impegnato” – Infine ce n’è anche per la norma sul rientro dei capitali dall’estero. Mentre il governo si appresta a prorogare da fine settembre a fine novembre i termini per l’adesione, i tecnici di Palazzo Madama notano che “sarebbe utile chiarire se la quota di risorse utilizzata” con il decreto Milleproroghe “esaurisca o meno l’ammontare complessivo delle entrate” che si prevede di incamerare. Nella nota di aggiornamento del Def la stima di gettito indicata è 671 milioni nel 2015 e 18 nel 2016, quanto la clausola di salvaguardia del governo Letta che il Milleproroghe prevedeva di sterilizzare proprio con gli incassi dal rientro dei capitali.