Nessuna soluzione, perché la copertura alternativa non è stata trovata. Il problema è solo rinviato. Il governo Renzi ha deciso di dribblare così, in modo indolore ma temporaneo, la tegola arrivata dalla Commissione Ue, che ha bocciato l’estensione dell’inversione contabile dell’Iva alla grande distribuzione. Una decisione che ha aperto nei conti pubblici un buco da 728 milioni. Soldi che Palazzo Chigi e via XX Settembre non hanno recuperato altrove ma non intendono nemmeno chiedere agli automobilisti facendo scattare dall’1 luglio, come previsto dalla clausola di salvaguardia legata alla norma, l’aumento delle accise su benzina e gasolio. Le aliquote resteranno ferme, perché una norma inserita nel decreto sugli enti locali varato giovedì sera dal consiglio dei ministri ne ha spostato in avanti l’attivazione.

Insomma, la falla c’è ma ci si penserà dopo le vacanze estive, nella legge di Stabilità. Quando il quadro macro economico sarà più chiaro, fa sapere il governo. Le bozze di decreto circolate nei giorni scorsi, però, contenevano una soluzione diversa: quella versione del provvedimento stabiliva che per coprire l’ammanco sarebbero stati usati i proventi della voluntary disclosure, il provvedimento che permette di riportare in Italia i soldi nascosti all’estero pagando le somme dovute.

Ma, considerato che l’operazione è partita in sordina e che 671 milioni di ricavi sono già ipotecati per coprire la cancellazione dell’Imu sulla prima casa, l’esecutivo aveva anche già stabilito come far fronte all’eventuale ammanco: se l’andamento del rientro dei capitali non avesse garantito l’intero importo, il Tesoro avrebbe provveduto a un aumento degli acconti Ires e Irap a carico delle imprese per il 2015 e a un nuovo rincaro delle accise a partire dal primo gennaio 2016. Insomma, tanto per gradire una nuova clausola di salvaguardia. Contro la quale si era subito scagliata Confindustria: “No ad un aumento degli acconti per rimediare a un errore dell’amministrazione” sulla reverse charge, ha detto due giorni fa il presidente Giorgio Squinzi definendo il provvedimento “non coerente con una visione di sviluppo”.