L’Italia deve alleggerire gli oneri fiscali che gravano sul lavoro e spostare il carico su consumi, immobili e donazioni. Tassando in modo più efficace le case e, per quanto riguarda l’Iva, limitando le esenzioni e le aliquote ridotte. Se all’inizio di settembre il veto di Bruxelles al taglio di Imu sulla prima casa e Tasi promesso dal premier Matteo Renzi era arrivato da anonime “fonti Ue”, ora è nero su bianco nel rapporto Riforme fiscali negli Stati membri dell’Unione europea redatto dalle direzioni generali Affari economici e Fiscalità della Commissione Ue. Non si è fatta attendere la risposta dell’inquilino di Palazzo Chigi: come il 2 settembre, quando aveva replicato “le tasse da tagliare le decidiamo noi, non Bruxelles”, Renzi ha detto che “la Ue non deve mettere bocca sulle scelte dei Paesi”. “Confermo qui che nella legge di Stabilità ci sarà l’eliminazione della tassa sulla prima casa per tutti e per sempre, lo dico perché è un elemento fondamentale per restituire fiducia agli italiani”, ha detto a margine dell’assemblea dell’Onu a New York.

“Capita anche alla Commissione europea di fare raccomandazioni sensate, pur dentro un’agenda di politica economica radicalmente sbagliata. È accaduto oggi per l’Italia sulle priorità per ridurre le tasse: le priorità sono il lavoro e l’impresa”, ha commentato l’ex Pd Stefano Fassina. “Matteo Renzi, invece, vuole eliminare la Tasi a tutti per ragioni esclusivamente elettorali, per consolidare il riposizionamento del Pd nell’area berlusconiana – ha aggiunto -. Invece di insistere sulla Tasi, il presidente del Consiglio apra un conflitto sensato con Bruxelles per innalzare il deficit fino al limite del 3% in rapporto al Pil, per un triennio, per investimenti pubblici da affidare ai Comuni e per la mobilità sostenibile. Soltanto così si rianima la ripresa e aumenta l’occupazione”.

Il Tesoro, dal canto suo, prova a gettare acqua sul fuoco evidenziando che nel rapporto di Bruxelles non sono elencate solo critiche ma anche le misure già intraprese per ridurre in modo permanente le tasse sul lavoro nel 2014 e nel 2015, l’attuazione della riforma fiscale, lo split payment per contrastare l’evasione, le agevolazioni ritenute esemplari sull’incremento del capitale d’impresa o l’accesso online alla dichiarazione dei redditi pre-compilata per 20 milioni di contribuenti.

Tasse sul lavoro troppo alte, il carico va spostato su imposte meno distorsive – Fatto sta che nel capitolo del rapporto di Bruxelles dedicato alla tassazione sul lavoro si legge che gli Stati membri in cui l’aliquota fiscale implicita sul lavoro o il cuneo fiscale sul salario medio sono più elevati rispetto alla media europea devono ridurlo. E tra questi ci sono Italia, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Ungheria e Finlandia. Nel 2014 il cuneo fiscale sul salario medio italiano è stato del 48,2%, contro il 43,4% della media Ue e il 46,5% dell’eurozona. Questo a fronte di un tasso di occupazione complessivo che per l’Italia nel 2014 era del 59,9%, inferiore al 70,9% dell’Unione europea e al 69,6% dell’area euro. Di conseguenza “ci sarebbe almeno un margine per spostare il peso fiscale a imposte meno distorsive, come quelle sui consumi, quelle ricorrenti sulla proprietà immobiliare e quelle sull’ambiente”. Anche perché, a fronte di “tasse relativamente alte sulle compravendite immobiliari”, le tasse annuali sulla proprietà “non sono particolarmente alte”, per cui “c’è spazio per migliorarne l’efficacia”. No, dunque, alla cancellazione delle imposte sulle prime case. Operazione difesa solo domenica dal ministro Pier Carlo Padoan, secondo il quale “in generale” (e come lui stesso sosteneva quando era capo economista dell’Ocse) è vero che abolirle è “meno efficiente che abbattere le tasse sul lavoro” per spingere la crescita, ma, è il suo mantra, “nel caso specifico italiano è relativamente più efficiente perché riguarda l’80% degli italiani”.

La ricetta Ue: “Meno esenzioni e aliquote Iva agevolate” – Il documento di Bruxelles sottolinea poi che l’Italia ha “un gap sull’Iva significativamente più alto della media Ue”, con bassi livelli di introiti e di rispetto delle norme amministrative. Come emerso da uno studio pubblicato poche settimane fa, la differenza tra il gettito atteso e quello che lo Stato riesce a incassare ammonta a 47,5 miliardi, la cifra più alta di tutta la Ue esclusa la Lituania. C’è quindi “particolare margine di manovra per migliorare l’efficienza del sistema Iva limitando l’uso di tassi ridotti e di esenzioni non obbligatorie”, sottolinea la Commissione. L’Italia, assieme a Grecia, Spagna, Polonia e Regno Unito, ha un gettito Iva “significativamente al di sotto” della media dell’Unione. In particolare nel 2014 ha registrato un “tasso di ricavi Iva”, cioè il rapporto tra gettito Iva effettivo e gettito atteso, del 36,8%, contro il 48,1% della media Ue e il 48% dell’eurozona. “Un valore basso del rapporto suggerisce che le esenzioni, le aliquote ridotte o l’evasione fiscale hanno un effetto significativo sulle entrate dell’Iva”. Secondo il rapporto, “limitare l’uso di aliquote ridotte e di esenzioni può contribuire a evitare distorsioni economiche, ridurre i costi per il rispetto delle norme e aumentare le entrate fiscali”. Peraltro l’8 settembre la Corte di giustizia Ue ha stabilito che la normativa italiana sulla prescrizione impedisce di punire adeguatamente i colpevoli di frodi nel versamento dell’imposta.