“Dobbiamo parlare con diversi attori, incluso Assad” che “potrebbe prendere parte al processo di transizione”. Dichiarazioni imprevedibili fino a qualche settimana fa, visto che a rilasciarle sono stati la cancelliera tedesca, Angela Merkel, e il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan. Loro che nei mesi scorsi hanno chiesto le dimissioni e la cacciata del presidente siriano, oggi cambiano idea di fronte alle richieste della Russia, entrata prepotentemente in gioco nella questione siriana dopo la decisione di Vladimir Putin di sostenere militarmente Bashar al-Assad e dare il via a una campagna militare contro lo Stato Islamico.

Anche il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, parla di “una transizione politica, che associ elementi del regime e dell’opposizione moderata”, mentre, secondo il New York Times, il presidente americano Barack Obama avrebbe accettato di incontrare il suo omologo russo a Washington già il 28 settembre, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, per ascoltare e discutere le richieste avanzate da Mosca sul futuro della Siria e la lotta al terrorismo.

La data che ha scombinato i piani degli Stati Uniti è quella del 7 settembre 2015, quando la Russia ha deciso di offrire sostegno militare al governo Assad. Le prime voci vengono smentite sia dal Cremlino che da Damasco, ma pochi giorni dopo si saprà che insieme agli “aiuti umanitari”, in Siria sono arrivate anche armi e militari russi a sostegno dell’ormai disastrato esercito siriano.

La decisione di Putin non ha solo l’obiettivo di correre in soccorso di un alleato nella regione, ma anche e soprattutto quella di imporre la propria presenza al tavolo negoziale per il dopo Assad che gli Stati Uniti stavano apparecchiando senza coinvolgere Mosca. La prospettiva di una caduta del presidente siriano, con successivo governo di transizione e, forse, di coalizione tra le diverse anime del Paese, aveva trovato l’appoggio dei Paesi occidentali, della Turchia, delle monarchie del Golfo e, probabilmente, anche del governo iraniano che, dopo gli accordi sul nucleare e nonostante i messaggi di sfida lanciati dall’ayatollah Ali Khamenei nei confronti degli Stati Uniti, sembrerebbe disposto a usare nuovamente la diplomazia per arrivare a patti con Washington.

“Assad deve cadere”, “Il governo di Damasco si dimetta” e “Putin la deve smettere di sostenere Assad che, senza il suo appoggio, cadrebbe in poche ore”, erano le frasi pronunciate da alcuni degli attori interessati alla questione siriana. Poi però è entrato in gioco Putin che si è messo tra la coalizione a guida statunitense e il regime di Damasco. Gli interessi economici e militari nel Paese, oltre all’importanza geopolitica del perdere un alleato come Assad immediatamente dopo una prima apertura dell’Iran verso Occidente, hanno portato Putin alla decisione di intervenire. Troppo importante quello sbocco sul Mediterraneo tramite i porti di Tartous e Latakia per rischiare di perderli e dover ritirare le proprie navi.

La proposta di Putin agli Stati Uniti è chiara: una nuova grande coalizione che comprenda Russia, Usa e tutti gli altri Paesi impegnati militarmente nel conflitto. Lo scopo: sostenere il governo siriano per sconfiggere Isis e, dopo, pensare a un processo di transizione. Proposta rimandata al mittente fino a oggi, a circa due settimane dall’intervento russo, con la Casa Bianca aperta a un incontro, quindi a trattare, con Putin. E su questa posizione si sono portati anche Merkel e Erdoğan. La prima ha contraddetto le proprie dichiarazioni degli ultimi anni che chiedevano le dimissioni del leader alauita, ammettendo la necessità di “parlare con diversi attori, incluso Assad”; il secondo si è allontanato dalle posizioni intransigenti che volevano la caduta immediata del regime di Damasco, dichiarando che il presidente siriano “potrebbe far parte del processo di transizione”.

Ciò che il leader turco ha voluto precisare, però, è che “nessuno vede un futuro con Assad in Siria. Sarebbe impossibile per i siriani accettare un dittatore che ha mandato a morte centinaia di migliaia di persone”. Dichiarazioni che non tengono conto, però, del ruolo fondamentale che lo stesso Assad potrebbe ricoprire nel corso di un processo di pace. La sua è ancora oggi la principale figura carismatica capace di mediare con le minoranze non sunnite del Paese, in particolar modo quella alauita, che rappresentano oltre il 20% della popolazione.

Una sua caduta dopo aver favorito e accelerato il processo di pace nel Paese, considerando anche il sostegno da parte della Russia, sembra improbabile. La sua aspirazione, sostengono alcuni media, sarebbe quella di essere a capo di un governatorato in una zona a maggioranza alauita del Paese, magari proprio uno di quelli con sbocco sul Mediterraneo tanto cari a Putin. Un compromesso più realistico, però, sembra essere quello che gli garantirebbe l’impunità per i crimini di guerra di cui è accusato, evitando così la Corte Penale Internazionale e l’esilio.

Twitter: @GianniRosini