Ho sempre rigettato le etichette che in più occasioni mi son state tentate di affibbiare. Credo che l’intento di coloro che subito tentano di inquadrarti in un mestiere, in uno schieramento politico, in una religione, in una tendenza sessuale o in un’area geografica nasca da un’insicurezza di fondo. Ma non solo insicurezza. L’ansia di etichettare può derivare da un desiderio di controllo, un recondito istinto a voler dominare il prossimo invece che accoglierlo in tutte le sue sfumature e complessità. Del resto, la nostra società della crescita ha il proprio cardine nel vendere un prodotto; quindi, la brama di catalogare le tendenze e i desideri è un carburante che serve a far funzionare la mega macchina capitalista.

Ognuno di noi è qualcosa di molto di più di un singolo ruolo sociale, però oggi sento forte la mia appartenenza alla categoria dei papà. Una categoria complicata, delicata e spesso sottostimata.

Abdullah al-Kurdi è il papà del piccolo bimbo siriano di tre anni la cui foto ha commosso mezzo mondo. Un papà che si è visto scivolare dalle braccia, tra l’indifferenza di quel mondo che oggi si commuove, due figli, Aylan di tre anni e Galib di 5. Bimbi che scappavano impauriti da una guerra che non avevano causato e di cui non conoscevano neppure le ragioni. Ammesso che una guerra possa avere delle ragioni. Insieme ai due piccoli è morta la mamma e così papa Abdullah è rimasto solo. Una solitudine che sentirà ancor più bruciante quando tutti i riflettori si spegneranno su questa vicenda; quando l’ipocrisia di molti che ora si commuovono senza muovere un dito verseranno la propria ipocondria sentimentale su altri immagini su cui i mass media decideranno di puntare.

“I miei bambini mi sono scivolati dalle mani – ha raccontato Abdullah – avevamo dei giubbotti di salvataggio, ma all’improvviso la barca si è capovolta, perché alcune persone si sono alzate in piedi. Tenevo la mano di mia moglie, ma i bambini mi sono sfuggiti”. Questa frase mi è ritornata in mente per tutta la scorsa notte, ad un certo punto mi sono svegliato di soprassalto e sono corso nella stanza dei miei figli che hanno la stessa età di Aylan e Galib. Ma loro dormivano sereni, abbracciati, i loro corpi erano caldi e a differenza di Aylan e Galib non sono mai stati costretti a scappare per poi annegare in un mare di egoismo.

Proprio come dopo il tragico attentato a Charlie Hebdo, anche con Alyan subito è partita la processione dell’ipocrisia politica. Una politica assolutamente impreparata a comprendere la fase storica che si sta vivendo. Cameron, il primo ministro britannico, che fino a ieri ha ostacolato ogni tipo di accoglienza e salvataggio, ora si dice “profondamente commosso”. Nel nostro Paese si sono costruite campagne elettorali sulla paura, facendo leva su un solido zoccolo di voluta ignoranza che è incapace di comprendere le ragioni dei fenomeni immigratori. Su Internet girano immagini d’imbarcazioni d’immigrati in cui ci sono solo uomini, e con didascalia provocatoria, ci si domanda dove sia donne e bambini. Domandatelo a Abdullah dove sono donne e bambini. Vi risponderà che sono a due metri sotto terra. E’ davvero raccapricciante come nel nostro Paese sia così facile accendere il fuoco del razzismo, un Paese senza memoria che dimentica di esser stato un popolo di immigrati e di complici del nazismo.

Oggi la propaganda mediatica ci ha mostrato il capo chino nell’acqua di Aylan, forse pensando in questo modo di appagare la propria complicità con le politiche neoliberiste che causano immigrazione per guerre che servono ad accaparrare energia e altri fonte primarie: Afganistan, Iraq e Libia sono le ultime in ordine cronologico. Un’immigrazione strumentalizzata al fine di abbattere i diritti dei lavoratori autoctoni innescando una guerra tra poveri, con i disperati che sbarcano sulle nostre coste. Disperati che sono solo un piccolo antipasto dei milioni di profughi ambientali che saranno causati dai cambiamenti climatici provocati dal mondo occidentale.

Perché i mass media non ci informano con la stessa solerzia e drammaticità con cui si è commentata l’immagine di Aylan, che nel mondo si investono quasi 1800 miliardi di dollari all’anno in armamenti quando ne basterebbero 40 per porre fine alla fame del mondo? Secondo i dati sottostimati dell’ong Save the Children presentati all’Expo nel maggio 2015, ogni anno nel mondo muoiono almeno 3 milioni di bambini per malnutrizione e altri 200 milioni soffrono la fame. Quale immagine susciterà indignazione su questa shoa di cui nessuno parla? Una sola foto potrà spiegare che dietro a queste piccole vittime si cela un modello economico criminale che affama i tanti per garantire una vita da nababbi a pochi?

Sembra che le ultime parole di Aylan siano state: “Papà ti prego non morire”. Oggi quel “papà” è l’unico sopravvissuto e Abdul siamo tutti noi. Un mondo necrofilo che chiama Aylan clandestino, i politici onorevoli e magari umanitarie quelle cooperative che lucrano sul business dell’immigrazione. Aylan è morto in un mare di egoismo. Non sarà l’ultimo.