Un urlo “munchiano” ci sepellirà. Di Wes Craven, uno dei grandi maestri dell’horror contemporaneo, morto la notte scorsa a 76 anni nella sua casa di Los Angeles per un tumore al cervello, saremo obbligati a ricordare come marchio di fabbrica del successo quell’iconografia della maschera di Scream (1996), che dal quadro di Munch prese le linee ondulate e quel gorgo infinito di spavento al posto della bocca. Troppo avanti nel tempo. Come del resto è fin troppo “moderna” la faccia sfigurata di Freddy Krueger di Nightmare (A Nightmare on Elm Street, 1984), altra autentica icona da t-shirt e tazza per il caffè, che consacrarò Craven con un successo commerciale nelle sale americane, e poi nel resto del mondo, davvero inatteso e duraturo visti i sette sequel, lo spin off e perfino il remake.Peccato. Un vero peccato. Perché Craven appartiene, non solo anagraficamente, a quella levata di “masters of horror” nutrita di controcultura giovanile anarchica a libertaria, cullata con gli incubi di una nazione in fiamme, gli Stati Uniti degli anni sessanta zeppi morti, bianchi e neri sprofondati nella vertigine delle utopie rivoluzionarie e della violenza dell’ordine da ristabilire. Craven, assieme a George Romero, Tobe Hooper e John Carpenter, ha fatto parte di quell’avanguardia cinematografica che ha dipinto nei propri film l’orrore del proprio tempo, la paura di non poter esprimere il proprio pensiero d’artista, con una sorta di liberazione della visione attraverso la riscrittura del genere horror ancorato ai mostri in cartapesta degli studios anni cinquanta.Come l’esordio cult di Romero, La notte dei morti viventi (1968),  La prima casa a sinistra, esordio di Craven nel 1972, è una notevole e sanguinolento ammassarsi di corpi, grida, torture, sopraffazione e violenza. Sembra una suggestione che arriva dritta dagli scontri nei campus universitari (con morti) dei floridi Usa anni sessanta, dai quartieri neri in subbuglio messi a fuoco e fiamme, nelle vittime politiche del sistema che colano sangue dopo attentati con teste spappolate (vedi i fratelli Kennedy). Lo raccontano i suddetti registi in un documentario che si ritrova anche su youtube: The American Nightmare. L’orrore che oggi viviamo come gioco e perfino come gingillo stilistico ha un origine nobilissima e politica. Meglio ricordarlo.Detto questo, Craven supera abilmente polemiche e censure dell’esordio, peraltro insistito nel low budget e nel contesto da “legacy” con la tragedia bergmaniana, passando ad un autentico capolavoro che miscela ancor di più significato politico e uso degli strumenti orrorifici. Le colline hanno gli occhi (1977) è uno di quei film che andrebbero ricordati a memoria, quasi che la latenza degli incubi nella mente degli autori – quasi un decennio e un po’ come gli “zombi nel supermercato”, Dawn of the dead (1978) di Romero – si stratificasse con maggior forza e producesse una sintesi cinematografica ancor più ad effetto. La famiglia che si ritrova a passare tra le strade desertiche del Nevada, proprio là dove l’esercito Usa aveva sperimentato ogni possibile e miserabile radiazione negli anni cinquanta, si scontra, e cerca di sopravvivere, ad orrendi uomini cannibali frutto proprio degli effetti di quegli esperimenti. Una carneficina inaudita, dove si spappolano le gerarchie dell’etica (chi è il buono o il cattivo?) e dove il concetto stesso di cinema diventa qualcosa di eminentemente politico.Craven, paradossalmente, è più splatter nel suo primo grande cinema, che negli anni ottanta, apice a sua volta dello splatter, del gore, o forse del non sense, nell’horror, quando gira Nightmare. Certo c’è l’esordio di Johnny Depp, la maschera appiccicata al viso di Robert Englund, ma il film diventa anche un paradigma produttivo/distributivo indipendente, una sorta di lezione imparata dalla New Hollywood anni settanta per imporre un lavoro libero da tagli e costrizioni vietate ai minori, con la New Line a investire due milioni di dollari per poi guadagnarne 26. Nightmare è uno dei capisaldi dell’horror anni ottanta, rinnovato, commerciale, universale. Insomma l’incubo dalle mani affilate e mortali trascina con sé la rivoluzione che lo precede e lo trasforma gradualmente in un antesignano dei blockbuster. Il successo di Scream, dove torna il babau inarrestabile alla Freddy Krueger, quando ancora una volta gli anni novanta sembrano essere il decennio di remake e reboot dell’horror che contava, mostra oramai un Craven adulto che è finito a far parte di un meccanismo produttivo hollywoodiano che non essendo stato possibile scardinare dall’interno, lo si può tranquillamente cavalcare, ed usare a proprio piacimento.Sta qui la lungimiranza professionale, e il limite creativo, del regista laureato in lettere e filosofia alla Johns Hopkins, senza i magnifici piagnistei romeriani, senza l’iperbolica fantascienza carpenteriana: rimanere sul solco della tradizione di se stessi provando a stare al passo coi tempi. Craven prova perfino, facendo cilecca, il dramma con La musica del cuore (1999), ma soprattutto procede con Scream 2 e 4, fino a quando i fratelli Weinstein che producono, bloccano l’operazione. Negli ultimi anni si è dedicato soprattutto alla produzione con il notevole remake di Aja per Le colline hanno gli occhi (2006) e ancora nella regia con un thriller gradevole Red Eye (2005).