Tutti gli italiani insieme, in Australia, ci starebbero due volte e mezzo. Se decidessimo di trasferirci qui “in massa”, non saremmo che il doppio della popolazione che occupa oggi questo sterminato continente. Peraltro, in passato come oggi, in molti l’hanno già fatto alla ricerca di… qualcosa: siamo la terza popolazione di expat, dopo i “local” e i cinesi, e due persone su cento, qui, parlano italiano.

Eppure, avendo a disposizione non so quanti migliaia di metri quadri a persona, se guardi a Sydney, la città dove si approda dopo un volo internazionale impegnativo – da qualunque parte del pianeta tu stia arrivando – le stanze degli hotel come anche gli spazi “pubblici” non sono commisurate allo spazio a disposizione. E anche nei ristoranti, bar, case, negozi, discoteche, ovunque – al chiuso – si sta stretti stretti.

Perché? Perché è meglio star vicini anche qui, a quanto pare, e tutti cercano questo “contatto” personale, perché star soli non piace a nessuno. E infatti, appena atterrata anch’io ho cercato subito “qualcuno di simile”. Ho fatto una passeggiata proprio dietro all’Opera House, nel quartiere dei Rocks, e quando ho letto l’insegna Zia Pina, non ho potuto non entrare. Un ristorantino dalle tovaglie a scacchi bianche e rosse che ti fa ritornare immediatamente a casa. Gli spaghetti un po’ scotti, e il milanese che lo gestisce inizia con la tiritera che “in Australia si pagano le tasse, in Australia si guadagna di più, in Australia un ministro si dimette perché gli hanno regalato una bottiglia di champagne da 250 dollari”.

Per gli italiani all’estero, che stanno stretti stretti nel quartiere di Paddington – una sorta di Little Italy locale – e nei Rocks, la ragione per “andarsene”, insomma, è questa: un Paese dove le regole sono rispettate, dove se superi di 30 chilometri orari la velocità consentita vai in galera, e dove, scusatemi, ogni pacchetto di sigarette costa 25 dollari e ha impresso al posto del marchio la foto di un tumore allo stadio terminale (sì, fa veramente schifo anche se sì, così si dovrebbe fare per debellare il fumo).

Quello che non dicono gli italiani all’estero è che poi, tutte le sere fuori dai locali trovi una quantità di ragazzi “a dir poco vocianti” che si fanno pinte di birra come fosse acqua fresca, e se il sabato vai al mercatino di Oxford Street e compri qualcosa da una “stilista locale”, lei non ha il pos e non ti fa ricevuta.

Nessuno dice neppure che sul principale quotidiano nazionale, l’opinionista di punta scrive corsivi pro-Cina con quel tipo di sudditanza che, anche in inglese, si capisce lontano un miglio che c’è qualcosa di non detto, lì dentro. Che la domenica il giornale più letto è scandalistico, e al suo interno non si distingue advertising e notizia tante pagine si affastellano tra immagini e testo.

Inoltre, il principale Museo di Arte Contemporanea è frutto della donazione di una grande famiglia australiana, e il monumento “simbolo” della città, l’Opera House, risale agli anni Settanta. E che oggi a Sydney crescono grattacieli come funghi, e sopra ci leggi gli stessi nomi delle grandi multinazionali che leggi a Dubai e New York.

Il giorno dopo “Zia Pina” sono passata dall’Hard Rock Café, dove lavorano tanti giovani italiani – sempre stretti stretti. La commessa con cui parlo è di Parma, e mi dice il contrario del ristorante Zia Pina: “il Paese è grande ma è tutto concentrato in pochi luoghi, non si guadagna molto, è difficile fare amicizia con le persone, non c’è arte e per spostarsi da un posto all’altro ci vogliono le giornate”. Lei vuole tornare in Italia il prossimo anno. Io continuo il viaggio verso le balene. Magari, questo, varrà il fatto di vivere in Australia.