E’ complicato giudicare onestamente la condotta di Alexis Tsipras nelle trattative con l’Eurogruppo.

E’ complicato perché complicata è la situazione di chi si trova a trattare con la pistola puntata alla testa, supportato da una tifoseria composta da molti imbecilli, senza soldi, senza un bilancio pubblico degno di questo nome, senza nessun appoggio da parte delle cancellerie europee. Nemmeno da quelle cancellerie, come la nostra, ridotte in condizioni non invidiabili o comunque non significativamente dissimili in termini di fabbisogno.

Solo. Alexis Tsipras è completamente solo.

Basta questo ad assolverlo da qualsiasi errore, da qualsiasi debolezza, da qualsiasi tentennamento, incoerenza, timore ai quali possa aver ceduto in questi mesi difficilissimi. Chi non lo riconosce può appartenere esclusivamente a due categorie: gli idioti e i nemici.

Categorie, a ben vedere, delle quali Alexis Tsipras fa bene a disinteressarsi per proteggere l’interesse del suo popolo che si sostanzia, senza alcun dubbio, nella conclusione di un accordo. Per rendersene conto basta dare un’occhiata alle statistiche sul fabbisogno finanziario greco: mai un surplus di bilancio da 10 anni a questa parte, mai un avanzo primario.

Non solo: il fabbisogno finanziario annuo (comprensivo della spesa per interessi) di Atene dal 2005 a oggi è stato pari a € 203,5 miliardi, dei quali 91,3 dal 2010, data del primo haircut (altro che soldi finiti alle banche tedesche…); e il fabbisogno finanziario annuo medio nello stesso periodo (con i tassi di favore garantiti dall’Unione Monetaria prima e dall’Esm dopo) è stato pari all’8,84% del Pil. Anche volendo considerare parzialmente acquisiti i progressi registrati dalla finanza pubblica greca nel 2014 (e ho i miei dubbi, visto il pessimo primo semestre 2015) è facile ipotizzare che, fuori dall’Euro, Tsipras dovrebbe finanziare un deficit tra il 6% e l’8% del Pil, magari bussando alla porta di quei creditori ai quali, secondo gli psico-tifosi del Grexit, andrebbe fatto il gesto dell’ombrello. O altrimenti ci sarebbe sempre l’alternativa di praticare tagli alla spesa e incrementi fiscali per la stessa dimensione: praticando quindi proprio quella famosa austerity contro la quale Atene si sta battendo da mesi.

Ah! Dimenticavo un particolare: in caso di uscita dall’Unione e di conseguente default, bisognerebbe anche ricapitalizzare le banche greche. Questo però è un numero francamente incalcolabile con una metrica seria, non esistendo un modo di prevedere l’impatto di un Grexit sulla qualità prospettica degli attivi bancari: scommetto però il 10% del debito pubblico greco che si tratterebbe di un numero a dieci zeri (ed espresso in Euro, non in Dracme). Insomma rispetto alle reali conseguenze della combinazione default/Grexit, mi pare fuor di dubbio che anche il più aggressivo dei Memorandum dell’Eurogruppo è una passeggiata di salute.

Ciò premesso cerchiamo di capire cosa prevede la proposta di Atene nella sostanza. Si tratta di iniziative su quattro macro aree, ovvero:

1. Fisco: Atene ha ceduto sull’innalzamento dell’Iva in generale e di quella applicata nelle isole (che godono di uno sconto del 30%) in particolare. Entrambe le misure sono di buon senso (anche se regressive in termini equitativi) specie considerando che il turismo greco difficilmente risentirà in misura significativa di un incremento dei costi tra il 4 e il 7%. Le altre misure fiscali sono di impatto meno rilevante e, eccezion fatta per l’incremento della tassa sulle società (dal 26% al 28%), l’unica misura davvero significativa è l’anticipazione finanziaria del 100% delle tasse maturate nell’esercizio (in sostanza si chiede ai cittadini greci di finanziare il governo tramite l’anticipo delle imposte, visto che stranamente sono piuttosto restii a sottoscrivere i titoli del debito…)

2. Pensioni: sottolineo prima di tutto che il sistema pensionistico greco non è il bengodi descritto da alcuni, anzi. Esso ha comunque un problemino di non poco conto: dipende per il 43% da trasferimenti a carico della fiscalità generale. Vale a dire che per ogni euro dato a ciascun pensionato, solo 0,57 centesimi sono stati effettivamente versati dal lavoratore o dal datore di lavoro. Giratela come vi pare, ma questa situazione è insostenibile e uno degli errori tattici a mio parere più gravi di Varoufakis durante le trattative, è stato proprio quello di fare delle pensioni una linea del Piave che i Paesi creditori non potevano e non potranno mai accettare. Ad ogni modo, sul tema Tsipras ha proposto una serie di aggiustamenti graduali che porteranno un miglioramento della sostenibilità da qui al 2022.

3. Riforme strutturali: qui c’è di tutto un po’. Dall’istituzione dei un’Autorità Fiscale indipendente al rafforzamento dell’ente statistico nazionale, alla riforma della pubblica amministrazione, a una più seria legislazione anti-corruzione. Un bel po’ di chiacchiere, insomma: ma chiacchiere molto simili a quelle che hanno aiutato i Governi Italiani degli ultimi vent’anni a chiudere bilanci previsionali ottimisti secondo una prassi accettata dalla Commissione (non è quindi il caso di fare gli schizzinosi, sennò poi magari a Bruxelles si stufano del trucco). Sulla riforma del mercato del lavoro Tsipras ha invece concesso poco o nulla (se non una procedura di consultazione): e ha fatto bene, visti gli scarsi risultati delle nostre recenti favolose riforme.

4. Privatizzazioni: Qui cade uno dei simboli politici più potenti della ancor breve esperienza politica di Tsipras, che aveva fatto del porto del Pireo le sue Termopili: si procederà alla privatizzazione di tutti i porti e gli aeroporti, da quelli internazionali a quelli regionali.

Così descritta, la proposta di Atene non mi pare si possa definire una resa senza condizioni; né è corretto dire (come fanno i cantori del rigorismo da un lato e i tifosi del suicidio di massa dall’altro) che si tratta della “stessa proposta bocciata dal referendum”: quando Tsipras abbandonò il tavolo delle trattative si parlava di tagli di bilancio vicini a 5% del Pil, oggi siamo vicini appena al 2%.

E’ invece corretto affermare che questa versione dell’accordo è molto simile a quella che Jean Claude Juncker ha recapitato a Tsipras il giorno prima del referendum: ma allora dovrebbe anche sfiorarci il dubbio che sia arrivata proprio perché c’era il referendum.