La Banca d’Italia ha dato il via libera all’ultimo tassello della riforma delle banche popolari approvata dal Parlamento a fine marzo. Le disposizioni attuative emanate giovedì da via Nazionale rendono operativo il provvedimento e fanno partire il conto alla rovescia dei 18 mesi entro cui le popolari con attivo superiore a 8 miliardi di euro dovranno trasformarsi in società per azioni. Ma le norme di Bankitalia confermano anche uno dei punti più delicati del decreto: quello sulle limitazioni al diritto di recesso dei soci, consentite se necessario per evitare che il patrimonio “pregiato” dell’istituto (in gergo Core tier 1) scenda sotto l’asticella fissata dalla Banca centrale europea.

In pratica, l’assemblea della banca potrà introdurre nello statuto una clausola che autorizza il consiglio di amministrazione a limitare o rinviare il rimborso all’azionista che volesse uscire dal capitale, possibilità che invece il codice civile garantisce sempre nei casi di “trasformazione della società”. Previsione decisamente spinosa, alla luce di quanto emerso dall’inchiesta su Veneto Banca e dopo che i cda dello stesso istituto di Montebelluna e della Popolare di Vicenza hanno deciso di ridurre del 23% circa il valore delle azioni. Se nei casi peggiori (e patologici) i clienti della banca venivano obbligati a comprare titoli per ottenere fidi, è invece molto più diffuso il problema della scarsa liquidabilità delle azioni, che non sono quotate e vengono prezzate a piacimento dalla banca stessa. Molto spesso, insomma, i soci delle popolari che desiderano vendere si ritrovano “incastrati e non riescono a farlo. Con l’eccezione di qualche fortunato come Bruno Vespa, che è riuscito a disfarsi di un corposo pacchetto di azioni prima che venissero a galla i problemi della banca.

In questo quadro, la novità prevista dalla riforma – che oltre ai due istituti veneti interessa Ubi banca, Banco popolare, Bper, Banca popolare di Milano, Credito valtellinese, Popolare di Sondrio, Popolare dell’Etruria e del Lazio e Popolare di Bari – rischia di peggiorare la situazione. Per di più, Bankitalia ha stabilito che la limitazione potrà essere introdotta “senza limiti di tempo“. Non dovrà, dunque, essere circoscritta ai mesi caldi successivi al superamento della forma cooperativa e del voto capitario.

Per questo stupisce che Adusbef e Federconsumatori, che venerdì hanno annunciato ricorsi contro la riforma e il regolamento, non sottolineino il nodo del recesso limitato. In compenso le associazioni consumatori sostengono che l’intervento di governo e Bankitalia punta a “sovvertire principi solidaristici e finalità mutualistiche attualmente presenti nella governance, con l’obiettivo di massimizzare i profitti, con l’obbligo della trasformazione in società per azioni per quegli istituti di credito popolari con patrimonio superiore agli 8 miliardi, oltre ad incidere sul modello di business degli istituti di credito interessati che ridurranno la loro capacità di finanziamento di famiglie e piccole imprese”. Di conseguenza, scrivono in una nota, la riforma “getta nelle grinfie delle grandi corporation il pubblico risparmio raccolto sui territori ed un patrimonio antico di conoscenza, democrazia e di sapere locale, immolato sull’altare di globalizzazione e centralizzazione decisionali”.