Tra sorrisi e strette di mano, mercoledì scorso il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha cercato insistentemente di accreditarsi presso la cancelliera tedesca Angela Merkel come leader democratico e affidabile col quale si possono fare buoni affari, vendite di armi incluse.

Già a febbraio, in un’intervista al settimanale tedesco Der Spiegel che doveva preparare il terreno all’incontro con la cancelliera Merkel, al-Sisi aveva iniziato la narrazione di un “altro Egitto”.

Al-Sisi aveva descritto la gioventù egiziana come “la speranza che tiene accesa la fiamma del cambiamento” prodotto dalla “rivoluzione del 25 gennaio” 2011 che aveva deposto Hosni Mubarak, dimenticando però che molti giovani attivisti sono in carcere, condannati a seguito di accuse pretestuose.

Ai lettori tedeschi, al-Sisi si era mostrato come un uomo “rattristato dalla perdita anche di una sola vita umana”. Le sue forze di sicurezza, da quando è salito al potere, di vite umane ne hanno fatte perdere ben oltre un migliaio, per non parlare delle 742 condanne a morte emesse dal luglio 2013.

“L’indipendenza del potere giudiziario dev’essere rispettata”, aveva proclamato al-Sisi nell’intervista. Un’affermazione importante, smentita tuttavia non solo dalla sequela di processi-farsa celebrati nell’ultimo anno e mezzo, ma anche dal continuo ricorso ai tribunali militari per giudicare imputati civili.

“I diritti umani non devono limitarsi alla libertà d’espressione”, aveva aggiunto al-Sisi. “Ma anche se fosse solo così, la gente nel nostro paese è libera di dire quello che gli pare”.

Nell’Egitto “reale” – quello che Amnesty International, Human Rights Watch e altre tre organizzazioni per i diritti umani hanno provato a descrivere in una lettera alla cancelliera Merkel, decine di giornalisti e difensori dei diritti umani sono finiti sotto inchiesta o sono stati condannati per aver provato a “dire quello che gli pare”.  Centinaia di persone sono state arrestate per aver violato una draconiana legge sulle manifestazioni.

Pochi giorni prima della visita di al-Sisi in Germania, il presidente del parlamento tedesco aveva cancellato il previsto incontro con l’ospite.

Se al parlamento non parlo io allora non parla nessun altro, deve aver pensato al-Sisi.

Così martedì scorso le autorità egiziane hanno sequestrato il passaporto a Mohamed Lofty, ex ricercatore di Amnesty International e co-fondatore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, impedendogli così di lasciare il paese. Lofty era stato per l’appunto invitato dal parlamento tedesco a parlare della situazione dei diritti umani.