Non è bastato il pranzo con Massimo Carminati, un pezzo di storia criminale italiana, alla trattoria Er Bruttone. E poco importa se nelle carte dell’inchiesta Mafia capitale del dicembre scorso le frequentazioni con l’ex terrorista nero sono descritte in termini di “confidenza e trama continuativa di relazioni”. In Forza Italia nessuno ha pensato a chiederne conto a Luca Gramazio, che in questi sei mesi ha conservato il seggio di consigliere regionale del Lazio e non è stato colpito da alcun provvedimento da parte del partito guidato da Silvio Berlusconi. Fino all’arresto di questa mattina, con le accuse di associazione mafiosa e corruzione, nella seconda tranche dell’inchiesta che scuote Roma mettendo a nudo i legami tra politica, criminalità e appalti pubblici ben sintetizzati dal “mondo di mezzo” citato in un’intercettazione dallo stesso Carminati.

Indagato già nella prima puntata Gramazio, figlio del parlamentare missino-pidiellino Domenico e recordman di preferenze per l’allora Pdl alle regionali del 2013 con oltre 10mila voti, si era dimesso soltanto dalla carica di capogruppo del parito in consiglio, “per dedicarmi con tutto il mio impegno alla difesa della mia onorabilità e della mia storia politica, caratterizzata da coerenza, impegno sociale e lealtà”, aveva spiegato. Neppure la grave ipotesi formulata già allora dai magistrati, messa nera su bianco negli atti dell’indagine, aveva scalfito il proverbiale garantismo di Forza Italia: “Le indagini”, scriveva il gip, “hanno delineato un quadro indiziario tale da indurre ad ipotizzare che Gramazio possa essere un collegamento dell’organizzazione (il gruppo mafioso secondo gli inquirenti guidato da Carminati, ndr) con il mondo della politica e degli appalti”. Ipotesi che nella prosecuzione delle indagini si sono rafforzate, dato che il gip ha firmato per lui un ordine di custodia cautelare.

Gramazio non ha mai negato il pranzo con Carminati, la cui epopea criminale è universalmente nota e rivaleggia con quella della Banda della Magliana, a maggior ragione entro le mura capitoline. “Incontro tantissime persone, non ho da rimproverarmi nulla sulla mia condotta”, ha affermato davanti alle telecamere di Announo. Ma è normale che un politico incontri un personaggio come quello, lo incalzava il giornalista Luca Bertazzoni? “Io incontro milioni di persone”.

La famosa cena da Er bruttone risale al 23 luglio 2013 ed è stata documentata dagli investigatori del Ros, come risulta dagli atti di Mafia Capitale uno. I partecipanti sono, oltre a Luca Gramazio, il padre Domenico che fino a marzo sedeva in Senato per il Pdl, e “er cecato” Carminati (ma il terzetto s’incontra anche in altre occasioni, quando Gramazio senior è senatore in carica, per esempio al Bar Valentini il 19 novembre 2012). A tavola, l’ex terrorista promette fra l’altro di interessarsi alla nomina, niente meno, del presidente della Commissione trasparenza del Comune di Roma: “Mo te sto a guarda’ ‘sta cosa per la..(…) commissione trasparenza, mo devo parlare con coso, con Michele”.

Il gruppo conversa anche su una rapina notturna al Centro iniziative sociali che fa capo al senatore Gramazio. Carminati, che se ne intende, teme sia un  trucco della polizia per piazzare microfoni e videocamere, dunque suggerisce: “Faglie fa ‘na bonifica”. Conversazione curiosa per un ex senatore e un capogruppo regionale, ma nessuno nel palazzo pare impressionarsi. Luca Gramazio ha continuato a frequentare il consiglio regionale fino a ieri. Anche il Pd, fra l’altro, aveva il suo consigliere regionale indagato, Eugenio Patanè, non coinvolto dalle misure cautelari di oggi, che si è dimesso soltanto dalla presidenza della Commissione cultura. Uno a uno, palla al centro e nessun dibattito pubblico sull’opportunità che il commensale di Carminati conservasse seggio e tessera del patito Azzurro.

Così si arriva la disvelamento del secondo filone d’inchiesta. Dove il consigliere regionale laziale è così descritto dal gip Flavia Costantini: “Luca Gramazio svolge un ruolo di collegamento tra l’organizzazione da un lato e la politica e le istituzioni dall’altro, ponendo al servizio della stessa il suo ‘munus publicum’ e il suo ruolo politico e può ricondursi al capitale istituzionale di Mafia Capitale“.