Che fine fanno i rifiuti radioattivi prodotti dalle nostre forze armate? E, soprattutto, quanto ci costa e chi vigila sulla sicurezza delle procedure di smaltimento? Domande poste dal Movimento 5 Stelle e che, nonostante reiterati solleciti, non hanno avuto finora altra risposta che il silenzio. Sebbene risalga ormai a quasi tre mesi fa l’interrogazione presentata al Senato dai grillini ai ministri della Difesa, dello Sviluppo economico e della Salute. «Aspettiamo informazioni – spiega a ilfattoquotidiano.it il primo firmatario, Gianni Girotto – ma da quello che sappiamo i ministeri interessati stanno discutendo per concordare un protocollo d’intesa sulla gestione dei rifiuti militari e per capire come trattare questo materiale. Al momento la partita è ferma a causa delle resistenze da parte del dicastero della Difesa guidato da Roberta Pinotti».

DUBBI RADIOATTIVI Di sicuro, gli interrogativi contenuti nell’interrogazione sollevano questioni di estrema rilevanza per la salute e la sicurezza pubblica. I senatori del M5S chiedono di spiegare «quale tipologia e quanti rifiuti radioattivi siano stati prodotti finora» dallo smantellamento, non ancora ultimato, del reattore nucleare sperimentale “Galileo Galilei” in dotazione al Centro interforze studi per le applicazioni militari (Cisam). Inoltre, attendono di sapere «a quanto ammontino i rifiuti radioattivi, compresi quelli degli ospedali militari italiani, prodotti dall’amministrazione della Difesa, dove vengano smaltiti» e se anche i rifiuti radioattivi derivanti da attività riconducibili al ministero della Difesa sono destinati a finire «nel Deposito nazionale» delle scorie nucleari. Infine, chiedono anche di indicare «quale sia l’organo terzo, estraneo all’amministrazione della Difesa, che vigila sulla corretta gestione dei rifiuti radioattivi» prodotti in ambito militare.

SCORIE CON LE STELLETTE Una vicenda che viene da lontano quella delle scorie della Difesa. E risale agli Anni ‘60, quando a San Piero a Grado, in provincia di Pisa, il Cisam, gestito dallo Stato maggiore della Marina militare, interessata all’«impiego dell’energia nucleare per la propulsione navale di superficie e subacquea», aveva dato vita ad «un proprio centro di studio, avvalendosi anche dell’esperienza dei docenti universitari pisani, e dotandolo di attrezzature sperimentali tra cui, appunto, il reattore nucleare di ricerca RTS-1». Il Galileo Galilei, appunto. Dal sito internet dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa) della Toscana risulta, come ricorda l’interrogazione, che alla fine degli Anni ‘80 «è iniziato lo smantellamento (decommissioning) dell’impianto che comporta il trattamento e confezionamento dei rifiuti radioattivi». La strategia di disattivazione «prevede 4 fasi di cui la prima è quella legata allo smaltimento delle acque dell’ex reattore ed è in fase di ultimazione». Oltre all’attività di ricerca nel campo dell’energia nucleare, il Cisam ospita anche il deposito di rifiuti radioattivi dell’amministrazione della Difesa. Una collocazione solo temporanea a leggere con attenzione la segnalazione che, il 7 agosto 2014, l’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico (Aeegsi) ha trasmesso al governo e al Parlamento. E dalla quale si evince, sottolineano i senatori del M5S, che «confluiranno nel Deposito nazionale per i rifiuti radioattivi», ancora da realizzare, anche «quelli di origine sanitaria» e «afferenti al ministero della Difesa», stoccati presso il deposito temporaneo di San Pietro a Grado.

COSTI ATOMICI Un particolare che, oltre al tema della sicurezza, pone anche dubbi sui costi. Nella stessa segnalazione l’Aeegsi, infatti, ricorda che gli introiti derivanti dalla componente tariffaria A2 della bolletta energetica sono destinati alla realizzazione del Deposito nazionale «limitatamente alle attività funzionali allo smantellamento delle centrali elettronucleari e degli impianti nucleari dismessi». Cioè quelli per usi civili. Quanto, invece, ai rifiuti radioattivi provenienti da «altre attività», tra cui appunto quelle riconducibili al ministero della Difesa, stando alle prime stime rese note dalla Società gestione impianti nucleari (Sogin), «dovrebbero essere pari a circa il 40 per cento dei rifiuti complessivi» destinati a confluire nel Deposito nazionale. Un dettaglio non indifferente, ricordano i senatori del M5S, di cui «si dovrà tener conto, inevitabilmente, anche in fase di localizzazione e costruzione». Con la conseguenza che i relativi costi «saranno correlati in parte rilevante alle esigenze di smaltire rifiuti estranei a quelli facenti parte degli oneri nucleari» derivanti dallo smantellamento delle vecchie centrali. Insomma, dei costi aggiuntivi, prodotti proprio dalle attività militari, sui quali si chiede di fare chiarezza.

REAZIONE A CATENA In mancanza di risposta viene da chiedersi, spiega il senatore Girotto, come farà «entro il prossimo 16 giugno l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) a consegnare le riflessioni richieste dai ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente riguardanti il deposito nazionale», senza conoscere quantità e tipologie di rifiuti radioattivi da smaltire. E, per le stesse ragioni, come potrà la Sogin «pubblicare la lista dei luoghi idonei ad ospitarlo». Inoltre, fa notare il senatore del M5S, «la direttiva comunitaria parla di deposito per rifiuti civili: bisognerebbe dunque capire quale tipologia di materiale nucleare abbiamo in Italia e come lo gestiamo, altrimenti potrebbe essere realizzato più di un luogo di stoccaggio. Questo aspetto – conclude Girotto – rischia di avere un serio impatto sia per ciò che riguarda la sicurezza sia per quanto concerne la questione dei costi». Due questioni che, in un modo o nell’altro, ricadono comunque sui cittadini.

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