Erano stati respinti solo pochi giorni fa, ma il sollievo è durato poche ore: i militanti dell’Isis hanno portato a termine l’assalto e conquistato la città di Palmira, diffondendo sul web video e foto delle decapitazioni di soldati e miliziani lealisti siriani. L’aviazione governativa ha risposto con bombardamenti. Dopo Ramadi, in Iraq, lo Stato Islamico ha quindi preso il controllo di larga parte della città siriana, strategica perché situata tra Homs e Deyr az Zor, a pochi chilometri dalle spettacolari rovine romane patrimonio dell’Unesco. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, il 50% del territorio siriano è controllato dagli uomini del califfato.

La direttrice generale dell’Unesco, Irina Bokova ha sottolineato che “ci sono state delle distruzioni, ci sono delle colonne che sono cadute. C’è stato un bombardamento”. La direttrice ha aggiunto di essere inquieta “perché purtroppo abbiamo già visto la distruzione di siti del patrimonio mondiale, siti di eccezionale valore universale a Nimrud, Adra. Abbiamo visto il saccheggio del museo di Mossul. Palmira è un gioiello, la Venezia di sabbia, come dicono gli esperti. Siamo molto preoccupati per le azioni militari e per un’eventuale distruzione di questo sito magnifico”.

Centinaia di civili sono in fuga da Palmira, l’ospedale è stato evacuato e si è combattuto furiosamente vicino all’aeroporto. Mentre dal sito archeologico, ha annunciato il direttore del Dipartimento delle antichità siriano, sono state rimosse centinaia di statue e di preziosi reperti: il timore ovviamente è che gli jihadisti le riducano in polvere, come hanno fatto a Ninive, Hatra e Nimrud, arrivando ad usare i bulldozer per radere al suolo le rovine.

Miliziani Is: “Pieno controllo di Palmira”
I miliziani hanno ora il pieno controllo dell’area, dopo che l’esercito di Bashar al-Assad si è ritirato senza combattere come spiegano attivisti ad Al Jazeera. Le immagini dell’entrata dei miliziani nel sito archeologico sono state mostrate dalla televisione di Stato siriana e postate sugli account dei social media pro Is. ”Grazie a Dio, (Palmira, ndr) è stata liberata”, ha detto un jihadista dell’Is parlando dalla zona e citato dai siti Internet vicini al gruppo. Il miliziano ha spiegato che l’Is controlla anche l’ospedale usato come base dall’esercito siriano prima di ritirarsi, evacuando anche i civili.

I militanti dello Stato Islamico hanno poi annunciato su Twitter di avere il totale controllo di Palmira. Questo anche in seguito al “crollo” delle forze filo-governative nell’area che, ritirandosi, hanno “lasciato indietro molti dei loro morti”. I jihadisti hanno teso loro un agguato lungo la strada che collega Palmira a Homs.

L’appello dell’Unesco
La direttrice generale dell’Unesco, Irina Bokova si è anche rivolta “alla comunità internazionale affinché faccia tutto ciò che è in suo potere per proteggere la popolazione civile e tutelare il patrimonio culturale unico di Palmira”. Bokova ha aggiunto che è necessario che “tutte le parti presenti rispettino gli obblighi internazionali per proteggere il patrimonio culturale durante il conflitto evitando di prenderlo come obiettivo diretto o di utilizzarlo a fini militari”.

Le divisioni confessionali dietro la caduta della città
A spiegare l’apparente semplicità con cui i miliziani dello Stato Islamico hanno conquistato Palmira, ci sono anche le tensioni confessionali e le contrapposizioni culturali tra la città e i beduini del deserto. Questi ultimi sono infatti più sensibili alla propaganda dell’Isis. Importantissimo è l’appoggio, anche tacito, di strati della popolazione sunnita e dei clan tribali armati, che nutrono una certa insofferenza per la repressione del governo di Bashar al Assad che appartiene alla branca alawita dello Sciismo.

Palmira è stata fin dall’inizio una città in prima fila nelle proteste anti-governative. Nel 2013 era stata anche controllata dall’Esercito libero siriano (Els). Poi era tornata sotto il dominio dei lealisti. Ma l’ascendente esercitato dalla retorica del Jihad si diffondeva tra le popolazioni di origine beduina nelle aree intorno alla città, favorendo il reclutamento dei loro uomini armati nelle file del Califfato.

L’importanza strategica della conquista di Palmira
Palmira si trova nella Siria centrale, lungo la direttrice tra Damasco e la città orientale di Dayr az-Zor, ancora contesa, nel mezzo della rete di strade che attraversa il deserto siriano. Con la sua conquista aumentano le possibilità di un’offensiva contro le roccaforti del regime di Bashar al-Assad a Homs e Damasco. Nella zona inoltre, si trovano giacimenti di gas e petrolio.

La strategia degli Usa
Davanti a quella che sembra un’avanzata inarrestabile dei jihadisti, gli Usa cercano di correre ai ripari rivedendo la strategia, con Barack Obama costretto a constatare come la campagna di raid aerei e addestramento ed equipaggiamento delle forze irachene non funzioni. Sulla scia dell’umiliante sconfitta subita dalle forze irachene a Ramadi, il Commander in chief americano ha convocato un consiglio di guerra urgente alla Casa Bianca “per discutere la situazione in Iraq e la strategia per far fronte alla minaccia posta dall’Isis”.

Per una valutazione globale della situazione Obama ha riunito attorno al tavolo oltre venti suoi diretti collaboratori, tra cui il capo del Pentagono Ashton Carter, il segretario di stato John Kerry, il direttore della Cia John Brennan e, in videoconferenza, l’ambasciatore Usa in Iraq Stuart Jones e il generale Lloyd Austin, capo dello US Central Command.

La Casa Bianca ha cercato di ridimensionare la portata della riunione. “Non è in corso alcuna revisione formale della strategia. Il Consiglio per la Sicurezza Nazionale si incontra regolarmente. Non ho cambi da annunciare”, ha minimizzato il portavoce Eric Schultz. Ma resta il fatto che un altro portavoce di Obama, Josh Earnest, ha dovuto riconoscere che la caduta di Ramadi, capoluogo della turbolenta provincia sunnita di al Anbar, a meno di 100 chilometri da Baghdad, rappresenta “certamente una battuta d’arresto”. Un’espressione usata anche dal Pentagono.

Per riprendere slancio, Obama punta ancora sul premier iracheno al Abadi, benedicendo la decisione del governo iracheno “di sviluppare un piano consolidato per riprendere Ramadi, con tutte le forze associate sotto il comando iracheno”. Ovvero, col contributo delle milizie sciite, in gran parte finanziate dall’Iran, elemento di pesante frizione interconfessionale con gli stessi sunniti di al Anbar.
Un aspetto denunciato dai falchi a Washington, che da tempo criticano la gestione della guerra da parte di Obama e insistono per una strategia più aggressiva. Come il senatore repubblicano John McCain, secondo il quale Ramadi “non sarà liberata dagli americani, per come gestisce la cosa questa amministrazione. Saranno le milizie sciite che andranno avanti, sponsorizzate e equipaggiate dall’Iran”.

Anche George Pataki, ex governatore di New York, che a giorni dovrebbe andare ad ingrossare la pattuglia di aspiranti candidati repubblicani alla Casa Bianca, non ha dubbi: la strategia di Obama è debole. “Io – ha detto – userei tutta la nostra forza aerea, tutto, dai missili Tomahawk fino a qualsiasi cosa necessaria”.