Lanciato nell’agosto 2013, il progetto Internet.org di Facebook Inc., nato per portare Internet a basso costo ai 5 miliardi di individui privi della possibilità di connettersi alla Rete, ha da poco raggiunto la cifra di oltre 1 miliardo di persone in tutto il mondo. Mark Zuckerberg sostiene che “dare alle persone l’accesso gratuito a Internet è la cosa giusta da fare. Continueremo a connettere più persone e più regioni e non ci fermeremo fino a quando ogni persona del mondo non potrà connettersi a Internet” e credo che più che acceso dal fuoco della filantropia, sia lungimirante nel business.

Dare l’accesso a Internet significa sì permettere alle persone una crescita personale e culturale legata alla conoscenza, ma anche intercettare nuovi mercati per un’economia digitale in continuo sviluppo e alla ricerca di nuovi bisogni e interessi da soddisfare.

In Italia intanto l’ultimo Rapporto Censis sulla Comunicazione evidenzia il trend in crescita degli italiani che utilizzano Internet (salito al 71% della popolazione) e il decollo della cosiddetta “economia della disintermediazione digitale”, ovvero uno spostamento sempre più significativo della creazione di valore dalle tradizionali filiere produttive e occupazionali ai nuovi ambiti digitali.

In parole povere, sempre più italiani si servono di piattaforme online per accedere a servizi, per acquistare beni, per mettersi in contatto diretto con professionisti. Accedere direttamente a beni, servizi e prestazioni professionali, senza servirsi di un intermediario, si traduce in un risparmio di soldi e in una maggiore possibilità di scelta, oltre ad accrescere il potere individuale di trattativa, un qualcosa di irrinunciabile in tempi di crisi economica.

A frenare gli italici entusiasmi e con questi gli sviluppi economici legati all’economia di Internet, sono il persistente digital divide – interventi consistenti per colmarlo restano a oggi lettera morta – e il continuo rinvio del progetto per la banda ultralarga, di cui usufruisce solo il 5,2% della popolazione, rispetto a cui si attende fine maggio per conoscere modalità e quantificazione degli incentivi per costruire la nuova rete.

Sergio Silvestrini, segretario generale Cna, l’ha definita l’equivalente della “energia elettrica per gli anni 60”, invitando il governo Renzi a non lasciarci “al buio”, e anticipazioni circolate nei giorni scorsi parlano di 6,5 miliardi di investimento nei prossimi anni e di affidare la realizzazione a Enel, colosso elettrico controllato dal Ministero del Tesoro.

Non resta che incrociare le dita, mentre si attendono gli esiti dell’esame della Commissione Affari Costituzionali sul disegno di legge costituzionale per l’introduzione dell’articolo 34 bis sul diritto di accesso ad Internet come diritto sociale, proposto da Cultura Democratica, un think tank italiano interamente composto da giovani.

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L’articolo 34 bis riconoscerebbe la connessione a Internet come diritto sociale, che “le istituzioni devono garantire tramite investimenti, politiche sociali ed educative, al pari di quanto già avviene con l’accesso all’istruzione, la sanità o la previdenza”, ricollegandolo a uno dei diritti più importanti e strategici per il futuro del Paese, ovvero l’istruzione (art. 34).

Allargando il concetto, anche di alfabetizzazione digitale –  ovvero di una educazione e di una conoscenza delle potenzialità dalla Rete per lo sviluppo personale, sociale ed economico –  c’è davvero un gran bisogno in Italia, dove le possibilità offerte Internet sono ancora inespresse e sottoutilizzate.

Internet non è “solo” il più potente mezzo di comunicazione mai esistito, e come tale il luogo principe della libertà di espressione, ma rappresenta anche una nuova dimensione economica. Dalla connessione alla Rete passa infatti l’accesso all’economia digitale, sia per chi è alla ricerca di prodotti e servizi, sia per chiunque voglia offrire in Rete le proprie competenze professionali o sfruttare Internet per fare impresa.

Nuove opportunità di sviluppo e di lavoro passano dalla Rete, vero volano per l’economia e il lavoro di un Paese che può fare di più.

di Marta Coccoluto