La vera domanda da farsi per capire questa storia è una sola: capelli di lunghezza normale visti da un capitano alle 9 di mattina, possono diventare lunghi se visti da un colonnello a mezzogiorno? Pur con tutte le cautele del caso (si sa che un colonnello deve vedere meglio di un capitano) e a meno di improbabili interventi divini, dovremmo dire di no. Salvo che non funzioni come per il cavallo, Oculus domini saginat equum. Sia come sia, il caporal maggiore capo scelto (Cmcs) Girolamo Foti entrato nell’ufficio del suo comandante di compagnia al mattino, se ne esce senza che nulla succeda fino a tre ore dopo, quando lo stesso capitano lo chiama al telefono per avvisarlo che secondo il colonnello comandante del reggimento il Foti aveva i capelli lunghi. Detto così potrebbe essere un passaggio di un romanzo di Garcia Marquez: “Cosa ti aspettavi?” sospirò Ursula. “Il tempo passa”. “Così è”, ammise Aureliano, “ma non tanto”. Ma non è Marquez.

Il nostro Cmcs forse non era troppo d’accordo (d’altronde neppure il capitano sembrava esserlo, visto che non s’era accorto di questo soldato capellone), ma per quieto vivere va dal barbiere. Mica un figaro qualunque, sia chiaro. No, quello dello Stato maggiore di Roma dove il nostro Girolamo si reca e si fa fare anche un’opportuna dichiarazione: “Il delegato Cocer Foti prenotava regolarmente il taglio dei capelli e, successivamente, venivano tagliati secondo le norme vigenti” (la sintassi è loro, n.d.r.). Dove l’enfasi è naturalmente su quel secondo le norme vigenti. Dimenticavo, il Foti non è un caporaletto imberbe ma capellone. No, è un signore di una quarantina d’anni, che ha alle spalle anche un paio di missioni all’estero, ed è delegato del Cocer, l’organismo nazionale che rappresenta (dovrebbe rappresentare?) i militari italiani. Lo è già da due mandati, il che vuol dire che è anche un personaggio popolare, rieletto dai suoi commilitoni. Ma forse è questa sua popolarità tra la truppa che lo rende meno digeribile ai suoi capi. È uno che ha un suo blog che si apre con una citazione dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e ha in home page la foto di Falcone e Borsellino. Un rompiscatole dunque, così a prima vista.

Ora, per una strana torsione della storia, il capello lungo, vero o presunto, oggi è visto come un segno di disordine morale e di scarse qualità guerresche. Eppure gli opliti spartani, del cui ardore bellico nessuno osa dubitare, si raccoglievano i capelli in lunghe trecce prima di combattere. E il generale Custer dalla lunga chioma bionda? Venne sconfitto a Little Big Horn il giorno in cui andò dal barbiere, come canta Tom Paxton in How Come The Sun: General Custer told me, “we’re going for a ride/Out along the Big Horn River, where the water is deep and wide./Soon as I get my hair done, we will win the war. Fatti i capelli, vinceremo la guerra. Detto fatto. Chissà, forse i capi di Foti speravano che andando dal barbiere facesse la fine di “Yellow Hair” Custer o di un Sansone qualsiasi.

Per farla breve, la visita dal barbiere e il taglio secondo “le norme vigenti” non sono sufficienti per evitare al Foti la sanzione: tre giorni di consegna. Neanche fosse uno studentello disubbidiente. Naturalmente il nostro fa ricorso (a chi? Ma al colonnello che aveva detto al capitano di punirlo per i capelli lunghi: vedi alla voce “garantismo”). Vedremo come va a finire, anche se sono pronto ad accettare scommesse. Alla fine, dirà il benpensante, non è poi successo granché, a parte che dare tre giorni di consegna a uno che rappresenta cinquantamila militari è una cosa grave in barba (e capelli) a tutte le norme che dovrebbero tutelare la libertà e l’autonomia dei rappresentanti.

Ma il bello deve ancora arrivare perché l’8 maggio Girolamo “Mirko” Foti si vede recapitare un’altra contestazione, questa volta più pesante che potrebbe comportargli una consegna di rigore. Gli si contesta di aver svolto “attività connessa con la Rappresentanza militare al di fuori dell’Organo di appartenenza avendo assunto la Presidenza dell’Organismo/Associazione Movimento Libera Rappresentanza”. Ohibò, questa è grave. Presidente di un’associazione denominata Libera Rappresentanza. Che cerca? Che vuole? Sembra un pacioccone, il Foti, ma quasi di sicuro è un cognato di al Baghdadi, se non forse al Baghdadi stesso. D’altronde basta leggere lo statuto dell’associazione, chiaramente sovversiva come si capisce dall’uso della Fenice nel loro simbolo. La Fenice, ricordate, è araba. Serve altro? Vi devo mostrare i barconi? Che poi ci sia scritto che lo scopo dell’Associazione è “la promozione della solidarietà e della responsabilità per costruire una nuova qualità del vivere civile” è chiaramente un inganno, un modo per confondere i sempliciotti. E poi, che c’entra il vivere civile con i militari? Ma c’è quel “libera rappresentanza” che fa forse scattare la violazione dei regolamenti (quali? Nessuno lo sa, a dire il vero. Forse bisogna chiederlo al colonnello Aureliano Buendía). Come si permette costui di parlare di rappresentanza. Libera poi, una follia.

In effetti chi ha fatto scrivere questa contestazione al Foti su carta intestata del 46° Reggimento trasmissioni deve soffrire di una sorta di reazione pavloviana alla parola “rappresentanza”. Se la legge o la sente pronunciare nel raggio di un chilometro afferra il regolamento di disciplina con la stessa velocità con cui Billy The Kid impugnava la Colt. “Soldato cosa facevi da civile?”. “Lavoravo in una rappresentanza di tè e coloniali”. “Stai punito, dieci giorni di rigore per aver usato la parola rappresentanza senza autorizzazione”.

La vicenda, in realtà, è molto seria. E stranamente questo inusitato accanimento contro il Foti viene dopo che lo stesso in un paio di occasioni si è detto favorevole a un sindacato per i militari. Diritto riconosciuto recentemente dalla Corte europea dei diritti dell’uomo ma evidentemente indigesto alle alte sfere delle forze armate e probabilmente anche alla generala Pinotti che ha fatto scrivere, in quello che pomposamente chiama Libro bianco della Difesa, che lo stesso non si sarebbe occupato del “complesso (sic) tema della Rappresentanza Militare, … essendo prerogativa dell’azione del Parlamento”. Straordinario come un governo che mette questioni di fiducia a raffica su temi che non sono di sua competenza (certo, al confronto si tratta di questioncelle: riforma costituzionale, legge elettorale truffa) dimostri invece tanta sensibilità istituzionale su un tema come i diritti dei militari.

D’altronde quando un governo sceglie di massacrare i rapporti sociali, e una ministra si fa dettare la linea in alternativa dagli stati maggiori e da Finmeccanica, è ovvio che le prime vittime sono i diritti e i loro portatori. Certo, se l’associazione criminogena di Foti aderisse a qualcosa come il Rotary o i Lions magari non sarebbe successo nulla. D’altronde sono club, quelli, mica rappresentanze.