Ma chi glielo dirà, adesso, al povero Matteo, che le rappresentanze sindacali spettano anche ai militari proprio mentre si accinge a sferrare l’assalto finale al sindacato e ai diritti dei lavoratori? Il 2 ottobre la Corte europea dei diritti dell’uomo ha depositato infatti due sentenze importanti, forse addirittura storiche, per i militari: in entrambe si afferma che viola l’articolo 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo lo Stato che vieti la costituzione di sindacati o associazioni professionali tra i militari. Le sentenze riguardano entrambe la Francia, ma si estendono automaticamente a tutti gli Stati aderenti alla Convenzione firmata a Roma nel 1950. Tra questi, dunque, anche l’Italia che adesso si trova davanti all’obbligo giuridicamente vincolante di rimuovere tutti i divieti esistenti e che riguardano oltre 350 mila cittadini: gli appartenenti alle Forze armate, Carabinieri compresi, e alla Guardia di finanza.

Esulta Emilio Ammiraglia, presidente di Assodipro, associazione che vuole promuovere i diritti associativi dei militari, e uno dei protagonisti delle prime battaglie democratiche all’interno dell’Aeronautica militare alla fine degli anni Settanta. Un entusiasmo comprensibile perché un ricorso analogo a quello che ha provocato le sentenze della Corte europea è stato depositato proprio per iniziativa di Assodipro nel 2012.

Entusiasmo condiviso da quattrocento militari della Guardia di finanza che si sono rivolti alla stessa Corte alla fine del 2013 con un ricorso scaturito da una evidente disparità di trattamento e di condizione. In un giudizio a Torino per alcuni incidenti avvenuti in Val di Susa per la vicenda Tav, i sindacati di polizia avevano potuto costituirsi parte civile a fianco dei poliziotti coinvolti. Non così la rappresentanza militare dei finanzieri, esclusa perché non ritenuta dal tribunale titolare di una propria distinta personalità giuridica. Le quattrocento fiamme gialle il 24 luglio scorso avevano anche pubblicato un avviso a pagamento su La Repubblica per dare risalto a questa loro iniziativa.

Il caso francese ha origine da due distinte iniziative, una promossa da Adefdromil (Association de Défense des Droits des Militaires) il cui merito è descritto nella sentenza della Corte di Strasburgo. L’altra dal ricorso di Jean-Hugues Matelly, un tenente colonnello della Gendarmeria d’oltralpe costretto a dimettersi da una associazione tra gendarmi che aveva contribuito a fondare. Naturalmente, Parigi ostenta un certo distacco. “Leggeremo la sentenza” dice Jean-Yves Le Drian, ministro della Difesa, per poi aggiungere: “I sindacati nelle forze armate non sono all’ordine del giorno, ve lo posso assicurare”. Insomma, la lobby militare conta più di un  trattato che è spesso citato come uno dei fari che illuminano la presunta superiorità giuridica del vecchio continente.

Da noi, a parte le reazioni dei diretti interessati, silenzio tombale. Strasbourg? Connais pas! A via 20 Settembre, al ministero della Difesa, avrebbero dato ordine di far sparire dalle carte geografiche qualsiasi Strasbourg che non sia quella che si trova nello Saskatchewan e che, fortunatamente, non ospita nessun tribunale.

L’idea delle nostre greche è ancora quella del regolamento di disciplina dl 1929: “Allo scopo di provvedere, nel miglior modo, al benessere materiale ed al decoro degli ufficiali e dei sottufficiali, di cementare più solidamente i vincoli fra i membri di uno stesso corpo, e di favorire lo sviluppo intellettuale, sono autorizzate le associazioni fra ufficiali e fra sottufficiali per stabilire mense in comune; le associazioni vestiario; l’istituzione di gabinetti di lettura, di circoli ufficiali, di sale di ritrovo sottufficiali; le associazioni a scopo di educazione fisica… Ogni altra associazione fra militari, aventi scopi differenti da quelli suesposti, è vietata”.

Certo non aspettatevi nulla dalla ‘generalessa’ Pinotti. Sapete, per avere la poltrona ha dovuto abiurare una serie di convinzioni di cui probabilmente non era neppure troppo sicura. Come per esempio quella che i militari avessero diritto a un sindacato o almeno un’associazione professionale. Ne era così convinta da scriverlo in una proposta di legge, la 1157 del 24 ottobre 2008: “Art. 12. (Diritto di associazione) Al personale militare delle Forze armate e delle Forze di polizia ad ordinamento militare è riconosciuta la facoltà di costituire associazioni”. Proposta subito cancellata appena giunta alla nuova cadrega.

Sentite cosa dice ad Antonella Manotti, direttore del Nuovo giornale dei militari: “Diverso è il discorso se parliamo di associazioni con finalità sindacali o di sindacati veri e propri ai quali non è consentito iscriversi. Questo però non significa che i diritti dei nostri militari non siano tutelati: per tale motivo infatti esiste la rappresentanza militare”. Ovvio. Il primo dovere di un ministro della Difesa italiano è fare atto di contrizione e assumere in toto la posizioni dei vertici militari. Nulla di nuovo, peraltro. Ricordo un’affollata riunione credo nel 1996, a via delle Botteghe Oscure (ebbene sì, esistevano ancora), alla vigilia del primo governo Prodi. Interviene un deputato allora Ds, da anni in commissione Difesa e di cui taccio il nome per carità non di patria, che dice: “Adesso che andiamo al Governo è nostro impegno accreditarci con gli stati maggiori”. Accreditarci con gli stati maggiori? Siamo fuori? Purtroppo no: tra quel signore e le attuali signore s’è un sottile filo rosso che non si è mai interrotto. Ma sto divagando.

Naturalmente c’è un famoso mare tra la teoria della civiltà giuridica e la sua traduzione in atti concreti. E sono sicuro che non sentiremo nessuno dei nostri governanti ricordarci con sguardo fisso alla telecamera e voce stentorea che “ce lo chiede l’Europa”. Ma certo, in tempi di disillusione sulle rappresentanze collettive, forse sarebbe bene prendere qualche lezione da quelli a cui queste rappresentanze sono ancora negate e per averle da anni stanno battendosi. Per sconfiggere quel demone autoritario che alcuni di noi vedono tornare e che viene bene raccontato in un’intervista a Le Monde del tenente colonnello Matelly: “Le superstizioni militari associano l’efficacia delle forze armate al totem delle libertà pubbliche dei soldati. Perché, allora, non credere anche alla restrizione delle libertà di tutti i cittadini per l’efficienza del Paese?”. Qualcuno informi #staisereno.