Il 25 aprile del ’45 non realizzò di “aver fatto la Storia”. Per chi combatteva, quel giorno assomigliava ai precedenti. L’abisso alle spalle. I nazisti in ritirata dappertutto. Lui marciava con i compagni lungo le sponde venete del Po. Entravano nei paesini appena liberati e si godevano l’abbraccio della gente: “Anche se sapevamo che ad accoglierci c’era anche chi era stato fascista fino a poche ore prima”. Le grandi feste di Milano e delle altre città erano lontane. Aveva vent’anni. La stessa età di quel regime sotto cui era nato e cresciuto: al quale adesso aveva inflitto il colpo di grazia. “Respirare la libertà”. Per questo si era arruolato volontario nel Corpo italiano di liberazione, Divisione Cremona, sotto l’8° armata. Dopo 70 anni non ricorda un episodio preciso avvenuto in quel giorno. Gli torna alla mente solo la gioia e lo spirito di fratellanza che si respirava nelle strade. Era la normalità di quegli ultimi sprazzi di guerra. “Mi piace dare alla Resistenza lo stesso significato che le diede Tina Anselmi: aver compiuto gesti straordinari che invece in quei momenti apparivano normali”, dice Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi, avvocato, ex componente del Csm, per anni figura di primo piano nel Partito comunista in Lombardia e senatore dei Ds. Settanta anni dopo, però, quella Storia non è ancora “coscienza condivisa“, “patrimonio comune”. Questo perché il Paese “non si è ancora pacificato: c’è una parte di esso che non riesce ad accettare l’esito della Storia, che c’è ed è chiaro”. Un limite che viene da lontano, “nacque nei primi anni del Dopoguerra”. E si ripresenta continuamente ancora oggi. Sotto altre forme, ma carico della stessa pericolosità. “Basta pensare alla sentenza della Corte europea che ha condannato l’Italia per le torture alla Diaz durante il G8 di genova del 2001, e a quel poliziotto che nonostante questo ha scritto che entrerebbe altre mille volte in quella scuola. Questo significa non accettare la Storia”.

Da che cosa dobbiamo liberarci dopo 70 anni?
Dal revisionismo. Da quella furia demolitrice innescata soprattutto negli ultimi anni da alcuni pseudo storici che con poche, e in alcuni casi senza, fonti documentate hanno screditato la figura dei partigiani trattandoli come dei delinquenti. D’altronde avvenne anche nei primi anni dopo la Liberazione. Molti ex combattenti vennero processati con accuse infondate da magistrati che in gran parte si erano formati sotto il Fascismo. Vedo però che quest anno c’è molta più attenzione e rispetto riguardo alla Resistenza, anche grazie alle parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che nel discorso di insediamento ha voluto citare quei principi a cui la nostra lotta si ispirò. Ma bisogna liberarsi anche dalla mitizzazione della Resistenza. Le va restituito il suo carattere vero, autentico: tante persone provenienti da strati sociali diversi e con idee diverse che trovarono la spinta per dar vita a un grande riscatto morale e civile. Per molti giovani la scelta di entrare nelle fila della Resistenza fu un gesto istintivo, dettato dalla smania di libertà per il proprio Paese. Ai ragazzi delle scuole dico sempre che le scelte istintive sono quelle che influiscono di più nella vita.

Anche altri giovani si lasciarono andare a scelte istintive e si arruolarono nella Repubblica Sociale perché non volevano essere considerati traditori dagli ex alleati nazisti. Meritano lo stesso rispetto?
Furono scelte sbagliate. Molti di quei ragazzi si sono trovati davanti a un bivio: proseguire sulla strada delle barbarie o incamminarsi verso quella della democrazia. La nostra fu una scelta coraggiosa, ci battevamo con pochi mezzi contro l’esercito più forte del mondo per respirare il profumo di libertà. Mentre i repubblichini non si accorsero che la loro scelta era già stata superata dalla Storia e continuarono a commettere atrocità.

E’ possibile una pacificazione?
Credo di sì. Ma è necessario non confondere la pacificazione con la parificazione delle due parti. Non si può dare la medaglia al partigiano e al repubblichino: hanno combattuto per due ideali diversi e contrapposti. Un Paese deve avere dei momenti storici che, anche se non sono condivisi da tutti, vanno rispettati. E’ un punto di incontro che evita l’odio.

In questi giorni l’odio verso i “diversi” – quelli che 70 anni fa erano gli ebrei, gli antifascisti, gli omosessuali – è straripato come un rigurgito davanti al naufragio del barcone con 900 migranti a bordo. Sui social network molti hanno festeggiato quelle morti.
Questo fa molto male. Significa che c’è una parte di Paese che non riesce ad accettare neppure quei valori di solidarietà verso i più deboli contenuti nella Costituzione. Ma non mi meraviglio molto dopo che quel poliziotto ha scritto che entrerebbe di nuovo nella scuola Diaz per commettere quello che la Corte di Strasburgo ha definito “atti di tortura”. Questo episodio è emblematico: la cultura democratica non è ancora entrata nella coscienza di tutti. Solo accettando la Storia si può arrivare a una pacificazione: questo vale per la Resistenza e per qualsiasi altro periodo storico che questo Paese ha vissuto.

Crede che il Pd conservi gli ideali della Resistenza che per molti anni sono appartenuti quasi esclusivamente alla sinistra?
Questi valori sono stati messi in discussione ovunque. E anche la sinistra li ha un po’ smarriti. Mi piacerebbe che venissero riscoperti. Non solo a sinistra, ma da chiunque: sono principi universali che ognuno di noi dovrebbe abbracciare.

Proprio a Milano, città medaglia d’oro per la Resistenza, l’assessore della giunta Pisapia Chiara Bisconti vorrebbe collocare in piazzale Loreto l’Albero della vita “per cancellare un momento storico controverso con un inno alla vita”. Secondo lei lo scempio che venne compiuto sui cadaveri di Benito Mussolini, Claretta Petacci e altri 13 gerarchi è un momento della nostra storia da cancellare?
Non ho sentito le dichiarazioni dell’assessore. Ma un monumento vicino a quella piazza c’è già. E’ quello che ricorda i 15 partigiani prelevati dal carcere di San Vittore e fucilati in piazza dalla brigata Ettore Muti il 10 agosto del ’44. I cadaveri vennero lasciati marcire al sole perché servissero da esempio. Questo episodio innescò la rabbia popolare nell’aprile del ’45. Non bisogna cadere in errore: piazzale Loreto non è solo il luogo dove vennero appesi Mussolini, la Petacci e gli altri gerarchi, è anche il luogo di quel massacro. Per me non c’è bisogno di molto altro, basta il monumento che ricorda quei 15 partigiani uccisi. Anzi, bisognerebbe dargli più visibilità.