L’unica serata capace di riempire San Siro altro non è che lo specchio delle due stagioni milanesi, un rosario di errori e incompiute. Se si potesse votare il momento più bello del derby sarebbe quello delle due coreografie. Perché per lunghi tratti dei novanta minuti Milan e Inter giocano a ciapa no, soprattutto nel primo tempo. Nel secondo, infatti, i rossoneri rinunciano totalmente a metterci del loro per scaldare una stracittadina già povera di significati visto il galleggiamento a metà classifica di entrambe. Più vivace l’Inter che crea e ricrimina, ma al netto degli errori di Banti deve comunque fare i conti con una razione di qualità dimezzata dalle assenze.

Senza Brozovic e Guarin, entrambi squalificati, Mancini ha un solo modo modo per farcire di il centrocampo di piedi capaci di palleggiare. Dentro Kovacic ed Hernanes, fuori Shaqiri: il croato si posiziona interno sinistro e il brasiliano gira alle spalle di Icardi e Palacio. Lo scotto, Mancini, lo paga in fase difensiva perché, finché non rinuncia ad attaccare, il Milan aziona sempre la catena formata da Abate e Suso (prima da titolare al posto di Honda) per prendere in mezzo la stellina croata e Juan Jesus. Nei primi venti minuti accade raramente, perché l’Inter mette in chiaro di voler fare la partita. Gnokouri, come Obi all’andata, risponde presente alla chiamata d’emergenza. Ci mette intensità e gamba e il Milan resta incastrato nella sua metà campo. Basta però un po’ di ordine per tenere a bada la pressione: Hernanes non salta mai l’uomo, D’Ambrosio è impreciso e Juan Jesus spinge raramente da terzino e Kovacic non è a suo agio. Così l’Inter è costretta ad affidarsi ai tiri da fuori. Il migliore è quello di Hernanes, deviato da Diego Lopez in angolo. Il resto sono solo ringhiate e pochi morsi. E quelle poche volte in cui il Milan affonda tiene in apprensione la linea a quattro nerazzurra. Suso da destra e Menez da dove più gli aggrada provano a crepare il muro. Ci riesce Antonelli sugli sviluppi di una punizione, ma il gioco è già fermo per un fuorigioco di De Jong. È l’unico lampo della seconda metà del primo tempo. Ritmi bassi e fantasia assente rendono insipido il derby-brodino, nonostante la vittoria sia l’unico modo per attaccarsi al treno europeo.

Nel secondo tempo, una delle due – il Milan – scompare del tutto dal campo. Per quarantacinque minuti si gioca a una porta in un crescendo di occasioni, tensioni ed errori. Dopo cinque minuti segna Palacio ma a bandierina già alzata, poi lo stesso argentino batte Diego Lopez ma Antonelli salva a porta vuota. L’Inter preme, il Milan scricchiola. La squadra di Inzaghi pensa solo a contenere e il tecnico guarda immobile il monologo nerazzurro. I primi cambi arrivano nell’ultimo quarto d’ora (Destro per Suso e Cerci per Poli) dopo un rigore per mani di Antonelli non concesso da Banti e un autogol di Mexes giustamente annullato per fallo di Palacio. Due episodi che scatenano la panolada della curva Nord e caricano l’Inter. I nerazzurri attaccano a testa bassa, Diego Lopez salva di faccia su Palacio, poi le gambe cedono. Non bastano le energie suppletive di Shaqiri e Obi e il crollo fisico del Milan che scolla i reparti. Negli ampi ampi spazi che si creano Hernanes non ha più la forza di inserirsi. Resta il tempo per due conclusioni sgangherate di Destro e Icardi. Fosse stato un match di boxe l’avrebbe vinto ai punti la squadra di Mancini. Ma da San Siro si va via con un punto a testa in tasca. E non serve a nessuno.

Twitter: @AndreaTundo1