Sapere quanto sono sicure le scuole frequentate dai nostri bambini, conoscere la qualità dei servizi offerti dagli ospedali, come sono spesi i soldi dei comuni, a che punto sono le bonifiche dei siti inquinati, che fine fanno i fondi stanziati per i progetti pubblici programmati su tutto il territorio nazionale. Sono alcune delle risposte che gli open data possono offrire ai cittadini. Un mondo di informazioni di cui oggi, in Italia, si occupa soprattutto una nicchia di tenaci pionieri, lontani dal mainstream dei media. Volontari, giornalisti, ‘smanettoni’ ed esperti di nuove tecnologie. Pochi li conoscono, ma loro vanno avanti, affrontando spesso estenuanti braccio di ferro con le pubbliche amministrazioni per ottenere dati che dovrebbero essere già pubblici.

Seppure l’Italia è all’anno zero degli Open Data queste esperienze sono in crescita e ogni tanto, nonostante le difficoltà, riescono a mettere a segno anche qualche importante risultato. E’ quanto emerge dal progetto europeo Tacod, sul ruolo degli Open data per la lotta alla corruzione, promosso dall’istituto di ricerca Riscc e Transparency International Italia e presentato ieri ad Oxford. “Le iniziative sugli Open Data hanno il grande merito di offrire dati e strumenti utili a passare a setaccio il lavoro delle pubbliche amministrazioni e tenere sotto controllo l’impiego di denaro pubblico”, è scritto nel rapporto. Queste iniziative “possono facilitare l’identificazione di indizi di corruzione, come la cattiva amministrazione, lo sperpero di denaro, la concentrazione di appalti affidati alle stesse imprese, i ritardi nei lavori, le varianti, etc”.

Gli esempi non sono molti, ma sono di un certo valore. Si pensi ad esempio ad alcuni lavori di data journalism pubblicati su Wired Italia, come Scuole sicure, che ha mappato tutti gli edifici scolastici italiani segnalando quelli per i quali non è mai stata effettuata una verifica di rischio sismico (il 90% degli istituti) e il risultato delle verifiche per quelli ispezionati. Oppure Dove ti curi, sulla qualità dei servizi offerti dagli ospedali pubblici. O, ancora, Veleni occulti, pubblicato su Nuova Ecologia, che ha mappato lo stato delle bonifiche dei siti inquinati in Italia e ha dato poi vita all’associazione Cittadini reattivi, che oggi continua a promuovere una forma di giornalismo civico, competente, sui temi ambientali. Tutti questi lavori, prevalentemente realizzati da giornalisti freelance, hanno dovuto affrontare il forte limite della scarsa accessibilità e qualità dei dati pubblici. Ma la loro pubblicazione ha portato a casa risultati concreti. “In risposta a queste iniziative il Ministero della Salute ha lanciato il portale Dovesalute.gov.it, il Ministero dell’Ambiente ha reso disponibili un numero maggiore di dati sui processi di bonifica dei siti industriali e il Ministero dell’Istruzione ha promesso di creare e pubblicare un database sulla condizione degli edifici scolastici”, dice il rapporto.

Ottenere i dati in Italia non è semplice. L’associazione no-profit Cittadinanza attiva ha sfruttato le possibilità offerte dal decreto trasparenza del 2013 per chiedere al Ministero dell’Istruzione la lista degli edifici scolastici pubblici, ottenendo inizialmente solo risposte negative. E’ stato necessario il ricorso al Tar per obbligare il Ministero a pubblicarli. Il problema dell’accesso ai dati è tale nel nostro Paese che è persino nata un’associazione, Diritto di sapere, proprio allo scopo di monitorare la possibilità di accesso civico alle informazioni, di fornire istruzioni a quanti vogliono inoltrare le richieste ma soprattutto di organizzare la mobilitazione per l’approvazione di un Freedom of Information Act, ovvero una legge per l’accesso libero ai dati, anche in Italia.

Tornando agli esempi positivi, il rapporto cita il progetto Illuminiamo la salute, realizzato dall’associazione Libera, con Gruppo Abele e Avviso Pubblico, che con la sua campagna Obiettivo 100% ha richiesto e monitorato l’applicazione della legge anticorruzione presso le Asl nazionali. “La campagna ha avuto un impatto positivo: il rispetto degli obblighi di legge ha segnato un incremento del 127%. E se anche la causa di tale aumento non può essere attribuita esclusivamente alla campagna, secondo i suoi organizzatori ci sono prove del fatto che la pressione della società civile sia stata in grado di incidere significativamente”.

La comunità Open data più importante nel nostro Paese è la Spaghetti Open Data, che coinvolge più di mille membri, riunisce diverse competenze, da quelle più tecniche a quelle giornalistiche, e si incontra annualmente per discutere dello stato dell’arte e lanciare nuove iniziative. Una delle ultime, in ordine di tempo, è Confiscati bene, un progetto per “favorire la trasparenza, il riuso e la valorizzazione dei beni confiscati alle mafie”, mappandone la collocazione e le reali condizioni, a fronte dei più di 7 milioni di euro di fondi stanziati per la loro gestione. Mentre una delle piattaforme più famose è rappresentata da Openpolis che raccoglie ed elabora dati sulle attività dei politici e delle amministrazioni pubbliche. Una realtà che è cresciuta negli anni a partire da Open Politici e Open Parlamento, e che poi si è arricchita con progetti come Open Bilanci e Open Municipio che offrono informazioni sui bilanci di più di 8000 comuni, dando a tutti la possibilità di compararli e verificare l’impiego dei soldi pubblici, il livello di indebitamento delle amministrazioni, etc., nonché sui servizi offerti dalle municipalità.

Senza dimenticare il network Data Ninja, che promuove e produce lavori di data journalism e che nel 2014, in team con altri network europei, si è aggiudicato i Datajournalism Awards con un lavoro sui migranti morti e dispersi nel mar Mediterraneo. O realtà più piccole, come l’Associazione di stampo antimafioso, fondata da un gruppo di studenti dell’Università di Milano e guidata dal prof. Nando dalla Chiesa, che raccoglie dati, produce report e documenti su mafia e corruzione al nord, da qualche tempo anche per conto della Commissione Parlamentare Antimafia. E ancora, la Rete degli archivi per non dimenticare, che riunisce diversi centri per la documentazione su terrorismo, violenza politica e crimine organizzato e le cui iniziative hanno stimolato la pubblica amministrazione a digitalizzare e pubblicare gli archivi di documenti, a lungo tenuti segreti, su terrorismo e mafia.

“La vera sfida è nella prevenzione della corruzione” avverte Lorenzo Segato, coordinatore della ricerca e direttore di Rissc. “Gli Open Data sono una sentinella del rapporto tra Pa e cittadino e in questi anni abbiamo assistito ad un progressivo cambio di rotta nel Governo e dei funzionari pubblici” aggiunge Segato. Ma mentre resta ancora molto da fare, all’orizzonte si profilano già nuovi rischi. “I “campioni” che possono fare pressione sulla Pubblica Amministrazione perché apra nuovi dataset o si creino nuove iniziative di riutilizzo dei dati si contano sulle dita di una mano” continua Segato “e questa élite di esperti pone una questione etica molto delicata, soprattutto quando alcuni di loro diventano consulenti o fornitori della PA”. Il rischio è che la produzione di dati si riduca alla realizzazione di mappe e visualizzazioni di nessun effetto pratico. E che la stretta vicinanza tra “controllore” e “controllato” finisca per annichilire qualsiasi potenziale di denuncia. “Lo storytelling va bene” conclude Segato “ma la lotta alla corruzione è un’altra cosa”.