Mentre si parla della crisi greca, poca attenzione viene dedicata all’economia ucraina che per molti aspetti è in una situazione molto più grave. Il 17 marzo, il ministro delle Finanze ucraino Natalie Yalesko, in una conferenza negli Stati Uniti, ha dichiarato che, nonostante il nuovo prestito di 17,5 miliardi di dollari da parte del Fondo monetario internazionale, la situazione del Paese rimane gravissima.

Il governo e la presidenza devono “stabilizzare l’economia, riformare il Paese, combattere la corruzione, migliorare la trasparenza dell’attività pubblica, l’applicazione delle leggi, creare le condizioni per ritornare alla crescita economica e alla prosperità”. Le cifre fornite dall’ufficio centrale di statistica ucraino sottolineano quanto grave sia la situazione: l’anno scorso il reddito nazionale è caduto del 6,8% e un ulteriore calo del 12% è previsto per il 2015. L’inflazione è al 35% su base annua, il deficit di bilancio al 10,3%, le riserve ammontano ad appena 5 miliardi di dollari e la moneta ucraina si è svalutata del 70% in un anno. Il tasso di sconto è stato innalzato al 30%, ma il deflusso dei capitali continua nonostante le misure prese dalla banca centrale. L’agenzia di rating Moody’s ha declassato il debito ucraino al penultimo livello del merito di credito, praticamente affermando che l’Ucraina è in uno stato di default.

L’Ucraina occupa il 142° posto su 175 nella classifica stilata da Transparency International e quindi risulta come una delle economie più corrotte del mondo. Il primo ministro Yatseniuk ha affermato che la corruzione costa allo Stato ucraino 10 miliardi di dollari all’anno. Il sistema bancario ucraino praticamente non funziona; a parte il livello dei saggi di interesse, esperti del settore stimano che i prestiti rischiosi e non-performing siano fra un terzo e una metà degli attivi del sistema. Dall’inizio della guerra sono fallite 40 banche, mentre l’altra settimana è fallita la Delta Bank, la quarta banca del Paese. L’Ucraina viene ormai percepita come uno Stato in fallimento, che non riesce più a svolgere i suoi compiti istituzionali. Non riesce a proteggere i suoi confini, le decisioni economiche e politiche che vengono prese con molte difficoltà dal governo centrale e trasmesse alla periferia che spesso non le osserva, essendo governata da oligarchi. Il caso più eclatante è quello della regione di Dniepropetrosk dominata da Kolomoyski che fino a pochi giorni fa ne era il governatore. Kolomoisky controlla non solo Dniepropetrosk ma anche Odessa attraverso un suo affiliato. Lo scontro fra Poroshenko e Kolomoiski, estromesso dal presidente dal governatorato di Dniepropetrosk e privato del controllo di una grande impresa energetica, ha causato come reazione l’occupazione della sede dell’impresa da parte di truppe del battaglione Dnipro, finanziato proprio da Kolomoisky. Un altro oligarca, Akmetov, controlla parte del Donbass. Kiev legifera in un contesto quasi semifeudale in cui esistono milizie armate private, un debole esercito centrale, una magistratura poco indipendente.

In marzo il Fondo Monetario ha approvato un extended fund facility per 17,5 miliardi di dollari che potrà raggiungere i 40 miliardi di dollari in quattro anni. È il decimo programma che il Fmi ha lanciato per l’Ucraina dal 1994, nessuno è mai stato portato a termine. Prevede misure molto dure sul piano fiscale che peggioreranno il tenore di vita dei cittadini ucraini con un aumento dei prezzi dell’energia e una netta diminuzione delle pensioni. L’aiuto è condizionato al fatto che l’Ucraina raggiunga un accordo con i debitori e tagli il debito da 18 a 3 miliardi di dollari, con una più che sostanziale perdita per gli investitori. Questo implica un accordo con la Russia che ha prestato 3 miliardi di dollari allo Stato ucraino.

La situazione è talmente drammatica che viene da chiedersi se l’Ucraina possa continuare a esistere come Stato sovrano unitario. A Kiev non esiste una classe dirigente capace di portare il Paese fuori dalla tragica situazione in cui si trova. Al di là dei presidenti e dei governi che si sono succeduti dal 1991 a oggi, la classe dirigente ha evidentemente fallito nel costruire un’economia e uno Stato funzionante. Non è un caso che tre ministri dell’attuale governo siano stranieri e che a essi sia stata data dal presidente Poroshenko in una mattina, con procedura eccezionale, la cittadinanza ucraina. Requisito indispensabile per una possibile, ancorché difficile soluzione è che l’attuale classe dirigente accetti la tutela di chi contribuirà al risanamento del Paese: Europa e Russia. Questo può avvenire soltanto senza l’adesione dell’Ucraina al blocco occidentale e alla Nato, con una sorta di finladizzazione del Paese, e con un esplicito accordo fra Mosca e Bruxelles che comporti notevoli aiuti finanziari. Se non sarà possibile, è molto difficile che l’Ucraina conservi la sua integrità territoriale. Con conseguenze imprevedibili per tutta l’Europa.

di Gianpaolo Caselli, professore di Politica economica all’Università di Modena e Reggio Emilia

da Il Fatto Quotidiano dell’8 aprile