Un intrico da semplificare il prima possibile. Per il bene delle casse dello Stato ma soprattutto per rendere il sistema più efficace possibile nel creare lavoro. Gli aiuti pubblici per incentivare le aziende ad assumere sono una lista sconfinata che quest’anno costerà a Stato e Regioni intorno agli 8 miliardi di euro. L’azzeramento dei contributi per tre anni, introdotto dalla legge di Stabilità, rappresenta infatti solo l’ultimo tassello di un complicato puzzle. Dalla ricognizione condotta da ilfattoquotidiano.it emerge che accanto alla nuova decontribuzione rimangono in vigore, a livello nazionale, almeno altri sei incentivi: il bonus Giovannini, riservato alle assunzioni degli under 29 disoccupati da oltre 6 mesi, gli sgravi della legge Fornero per chi inserisce a tempo indeterminato lavoratori over 50 e donne, le agevolazioni della Garanzia giovani, quelle per l’inserimento delle persone disabili, le risorse per l’apprendistato e i crediti di imposta per i ricercatori. Costo complessivo previsto per il 2015, 5 miliardi di euro. Ma non basta: la torta comprende anche la bellezza di 24 incentivi regionali e 22 “avvisi”, cioè bandi per l’accesso a fondi europei.

E’ evidente che da quando è disponibile il nuovo sgravio a cui il ministero del Lavoro attribuisce il merito dei 79mila contratti a tempo indeterminato in più attivati nei primi due mesi dell’anno (45mila se si considerano anche i contratti interrotti nello stesso periodo) gli altri sono molto meno appetibili. Perché allora il governo non si sbriga a disboscare questa giungla, recuperando così risorse da aggiungere agli 1,9 miliardi di euro stanziati nella manovra e destinati a non bastare per gli attesi 1,150 milioni di nuovi contratti, visto che secondo i calcoli della Fondazione consulenti del lavoro per coprire le domande mancano quasi 3 miliardi? “La logica dovrebbe essere quella di convogliare più risorse possibili su incentivi che funzionano, capire se non siano in conflitto con le competenze regionali e valutare le necessità delle fasce di lavoratori più a rischio, in modo da studiare gli interventi più adatti alle loro esigenze”, spiega il giuslavorista Gian Paolo Valcavi. “E i centri per l’impiego dovrebbero poi occuparsi dell’incontro domanda-offerta per gli incentivi. Per questo diventa fondamentale il decreto sull’Agenzia unica per l’occupazione”.

La via maestra sono i prossimi decreti attuativi del Jobs Act: non per niente nel ddl delega è prevista anche la “razionalizzazione degli incentivi all’assunzione esistenti, da collegare alle caratteristiche osservabili (…) e a criteri di valutazione e di verifica dell’efficacia e dell’impatto”. Formula da cui traspare che anche il premier Matteo Renzi e il ministro Giuliano Poletti sono ben consapevoli del fatto che oggi gli incentivi sono troppi e, peggio ancora, non esistono valutazioni ufficiali sul loro effetto. L’unica certezza è che la disoccupazione ha ricominciato a salire e la percentuale di occupati sul totale della popolazione, in calo dal 2008, langue al 55,7%.

A ognuno il suo sgravio. Ma a volte licenziare conviene – Il primo tratto del labirinto, quello degli incentivi nazionali, è il meno tortuoso ma anche quello che ci costa di più. A fare la parte del leone è il pezzo forte dell’ultima legge di Stabilità: l’esonero per tre anni dal pagamento dei contributi per i datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato nel corso del 2015. Il conto è di 1 miliardo il primo anno e 3,5 a regime, coperti con la riprogrammazione di risorse destinate ai progetti del Piano di azione e coesione. Pochi i paletti: lo sgravio è stato concesso (non senza polemiche) anche a chi stabilizza lavoratori già presenti in azienda con contratti precari e può essere cumulato con gli incentivi per l’assunzione di persone disabili, giovani lavoratori agricoli, giovani genitori, beneficiari di Aspi e iscritti alle liste di mobilità, nonché con il bonus Garanzia giovani. Una manna a cui si somma la deducibilità dall’Irap del costo del lavoro a tempo indeterminato. Peccato solo che, come calcolato dalla Uil, il combinato disposto tra questi esoneri e la forte limitazione della possibilità di reintegro prevista dal Jobs Act renda conveniente per un’impresa assumere un lavoratore con il contratto a tutele crescenti e licenziarlo entro tre anni. Un esempio? Un dipendente che guadagna 25mila euro annui porta con sé, tra sgravi e sconti Irap, oltre 9.100 euro, mentre per mandarlo via dopo un anno l’azienda ne pagherà – tra indennizzo e ticket di licenziamento previsto dalla riforma Fornero – meno di 2.900. Risultato: un guadagno netto di circa 6.600 euro.

A fianco delle misure introdotte dal governo Renzi rimangono poi gli incentivi per l’assunzione con contratto di apprendistato di lavoratori iscritti a liste di mobilità, quelli per le aziende che inseriscono in organico persone in cassa integrazione straordinaria, quelli della legge 68/1999 per l’inserimento dei disabili (60% del costo salariale annuo se la disabilità è pari o superiore all’80%). E ancora: le cooperative sociali che assumono persone svantaggiate come ex degenti di ospedali psichiatrici, tossicodipendenti e alcolisti hanno diritto all’azzeramento dei contributi previdenziali e assistenziali. Lo stesso vale per le coop che danno lavoro ai detenuti. Ma per questi ultimi c’è anche un credito di imposta di 520 euro mensili. Ma nel mercato del lavoro italiano è “svantaggiate” pure il genere femminile, per il quale di conseguenza sono previste misure ad hoc. Per esempio tutti i datori di lavoro che stabilizzino donne senza impiego retribuito da almeno 24 mesi possono contare su una riduzione del 50% dei contributi per 18 mesi. Non si pensi comunque che gli sgravi siano riservati ai lavoratori con meno chance di trovare un posto: basti dire che è previsto un credito di imposta del 35%, fino a un massimo di ben 200mila euro annui, sul costo sostenuto per le assunzioni a tempo indeterminato di ricercatori e personale altamente qualificato.

Incentivi regionali dispersi in mille rivoli. E per alcuni non ci sono soldi – Se gli incentivi nazionali sono una selva, quelli regionali non sono da meno. L’ultima Guida sugli incentivi all’assunzione e alla creazione d’impresa redatta da Italia Lavoro (ente ministeriale che si occupa di politiche di sviluppo dell’occupazione), aggiornata al febbraio 2015, distingue innanzitutto tra quelli che si riferiscono alla normativa vigente in sede regionale e i bandi e avvisi pubblici. Questi ultimi sono emessi sempre dagli enti locali, ma a valere sui fondi europei o sui bilanci regionali e provinciali, per cui sono una tantum e hanno una precisa scadenza. Per quanto riguarda il primo gruppo, Italia Lavoro elenca 24 tipologie diverse di incentivo distribuite in sette regioni, cui si aggiungono 14 avvisi pubblici per assunzioni a tempo determinato e indeterminato e otto per contratti di apprendistato. Le forme incentivanti vanno dal credito d’imposta alla fiscalizzazione dei contributi (che consiste nel fatto che a pagare è l’ente locale e non più l’impresa), dal bonus monetario allo sgravio Irap. E valgono per assumere cassintegrati, beneficiari di mobilità, disabili, over 50, giovani, lavoratori svantaggiati.

Non va meglio, in fatto di coerenza, sul fronte degli stanziamenti. In Sicilia, per esempio, un incentivo alle aziende per l’assunzione a tempo indeterminato di lavoratori svantaggiati è stato finanziato per l’anno 2014 con 15 milioni di euro, ma nella stessa regione esistono bonus previsti per legge e non finanziati. Prendiamo la legge regionale del 2009 che ha concesso sgravi contributivi alle imprese interessare a assumere a tempo indeterminato a disabili, fruitori di ammortizzatori sociali e mobilità, lavoratori svantaggiati e a progetto: l’anno scorso gli stessi incentivi erano stati estesi anche a Lavoratori socialmente utili (Lsu) e apprendisti. Peccato che, prende nota la guida di Italia Lavoro, in questi casi la legislazione risulti “in vigore ma non finanziata“. Situazione analoga in Sardegna, dove una legge del 1998 prevedeva sgravi contributivi per chi assumeva stabilmente disoccupati, cassintegrati, lavoratori in mobilità, apprendisti, part-time. Anche in questo caso, la norma è “in vigore ma non finanziata al momento della presente rilevazione”.

Gli aiuti per chi assume under 30. Flop Garanzia giovani – La disoccupazione giovanile è stabilmente al di sopra del 40% e anche qui gli incentivi tentano di mettere una pezza. Ma con scarsi effetti, come dimostra il caso di Garanzia giovani, che a quasi un anno dal lancio stenta a decollare. Lo stanziamento per il progetto rivolto ai cosiddetti Neet, cioè i giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano, è stato pari a 1,5 miliardi di euro, per lo più provenienti dall’Unione europea ma cofinanziati dall’Italia con 378 milioni. Alle imprese che li assumono a tempo determinato o indeterminato, anche part-time, spetta un incentivo economico che varia da 1.500 a 6mila euro ed è cumulabile con altri, sia di natura economica sia contributiva, a condizione che il totale non superi il 50% del costo salariale. Nonostante ciò, secondo gli ultimi dati, l’iniziativa ha offerto un impiego (compresi tirocini, apprendistati e collaborazioni) solo a 43mila ragazzi, a fronte di oltre un milione di Neet italiani e di 465mila giovani registrati al progetto. C’è poi il mare magnum dell’apprendistato, contratto riservato a persone di età compresa tra 15 e 29 anni, per il quale il governo ha stanziato per quest’anno ben 2,8 miliardi. Tutte e tre le forme – per la qualifica, professionalizzante e di alta formazione – prevedono contributi pari solo all’11,31% dell’imponibile, che scendono all’1,31% per le aziende sotto i 9 dipendenti. Questo, unito alla possibilità di inquadrare l’apprendista fino a due livelli sotto la qualifica da conseguire e alla deducibilità totale dei costi dall’Irap.

Un altro bonus riservato ai giovani è il cosiddetto “incentivo Giovannini”, dal nome del ministro del Lavoro del governo Letta. Lanciato dal decreto Lavoro del 2013, consiste in un versamento pari a un terzo della retribuzione per le aziende che assumano, a tempo indeterminato, ragazzi tra i 18 e i 29 anni, senza impiego da almeno 6 mesi o senza diploma superiore. Quest’agevolazione, secondo i bilanci preventivi Inps 2015, quest’anno peserà 50 milioni di euro. Simile il bonus per l’assunzione dei giovani (18-35 anni) nelle aziende agricole, in scadenza a giugno 2015 e per il quale la legge ha previsto una dotazione di 5,5 milioni per il 2015. Infine, non manca neppure il bonus ad hoc per i giovani genitori: 5mila euro per ogni assunzione a tempo indeterminato di un lavoratore con meno di 35 anni e un figlio minorenne a carico. Per questa misura nel 2010 sono stati stanziati 51 milioni di euro, utilizzabili fino all’esaurimento.

Ma non basta: anche qui alla giungla di misure nazionali si aggiungono quelle regionali, spesso cumulabili, come nel caso di Garanzia giovani. Solo per fare qualche esempio, in Lombardia sono stati stanziati 1,2 milioni per incentivare le imprese del settore turistico ad assumere giovani qualificati, in Piemonte esiste un bonus per chi dà lavoro a disoccupati tra i 30 e i 35 anni, in Val d’Aosta troviamo incentivi per chi offre contratti a tempo indeterminato agli under 32. E gli stessi incentivi nazionali si possono cumulare l’uno con l’altro. Per esempio, le agevolazioni di Garanzia giovani sono compatibili con l’incentivo Giovannini, come anche all’esonero contributivo della legge di Stabilità 2015.

Gli over 50 e le agevolazioni della legge Fornero – Altra fascia di lavoratori a rischio è quella di chi ha superato i 50 anni di età. Il bollettino Adapt “Incentivi per gli over 50” individua in sette milioni gli ultracinquantenni attivi, di cui, nel 2013, 6,6 milioni occupati e 438mila disoccupati: in quell’anno i senza lavoro in questa fascia sono aumentati del 147% rispetto al 2008. A livello nazionale esiste, caso raro, un solo incentivo destinato specificamente a questa categoria. E a prevederlo è quella stessa legge Fornero del 2012 che ha “creato” gli esodati. Si tratta di una riduzione del 50%, per un periodo da 12 a 18 mesi, della quota contributiva a carico dell’impresa che assume a tempo determinato, indeterminato o in somministrazione un ultracinquantenne e disoccupato da almeno un anno. Per la misura, l’Inps ha messo a preventivo 2015 110 milioni. Ma a ben guardare l’esborso pubblico per favorire l’inserimento di questa platea di lavoratori non finisce qui: una legge del lontano 1991 prevede, per chi assume persone in mobilità, uno sgravio contributivo e un incentivo in denaro, che è maggiorato se si tratta di un over 50. Secondo l’Inps, nel 2015 questi incentivi varranno in totale (a prescindere dall’età degli assunti) 604 milioni di euro. Tanto per complicare il quadro, due leggi successive hanno poi applicato questi benefici anche alle aziende che offrono ai lavoratori in mobilità contratti di apprendistato e a quelle che assumono destinatari di cigs. Tutte misure, va ricordato, cumulabili con l’esonero contributivo della legge di Stabilità. Risultato: se quest’anno un imprenditore assume a tempo indeterminato un lavoratore beneficiario di mobilità o cigs, oltre a non pagare i contributi per tre anni gli spetta anche l’incentivo economico, ancora più alto se il dipendente è ultracinquantenne. Agli aiuti su base nazionale, poi, si aggiungono anche in questo caso quelli su scala regionale. Secondo il bollettino Adapt, nel 2014 in otto Regioni sono stati previsti incentivi per gli over 50 e in quattro sono stati introdotti bonus generici. Per esempio, in Piemonte si possono avere un’agevolazione Irap nel caso della stabilizzazione di un ultracinquantenne e un incentivo economico in caso di assunzione a termine di un disoccupato della stessa età. In Friuli, invece, alle aziende che assumono disoccupati over 50 spettano 5mila euro di incentivo se offrono un tempo indeterminato, 2mila euro se il contratto è a termine. A questa cifra si aggiungono 2mila euro se non sono previsti altri bonus nazionali.