Una proposta di riforma organica su assistenza e previdenza da presentare al governo entro giugno prossimo. L’ha annunciata il presidente dell’Inps, Tito Boeri, durante la trasmissione Otto e mezzo, sottolineando che il problema principale in Italia in questo momento è la difficoltà nella quale si trova la fascia delle persone tra i 55-65 anni che hanno perso il lavoro ma sono ancora lontane dalla pensione. Età pensionabile che, proprio dal 2016, si allungherà di altri 4 mesi. “Stiamo lavorando a una proposta organica su assistenza e previdenza da presentare entro l’estate. Penso ci debba essere più flessibilità per l’accesso alla pensione ma dentro regole sostenibili”, ha detto Boeri secondo il quale per mettere in campo una sorta di reddito minimo per gli over 55 in situazione di bisogno sarebbe necessario reperire circa 1,5 miliardi. Potrebbero essere trovate risorse tra le pensioni più alte nelle quali c’è un divario tra quanto si è versato e quanto si percepisce: “Non è bello intervenire sulle pensioni in essere”, ha detto ancora, ma “il diritto acquisito è solo su ciò che si è versato” e al di sopra di una certa soglia si potrebbe quindi decidere di intervenire.

Un bacino potrebbe essere quello delle pensioni dei dirigenti di industria che sono molto più pesanti dei contributi versati: secondo quanto si legge in un documento dell’Inps nel complesso considerando non il numero delle pensioni ma gli importi lordi in pagamento “si avrebbe una riduzione del 23,4% delle pensioni in essere ricalcolandole con il metodo contributivo”. Le pensioni di vecchiaia e di anzianità ex Inpdai in pagamento nel 2015 se calcolate con il metodo contributivo sarebbero nell’88% dei casi più basse di quelle attuali. Il 19% delle pensioni, se ricalcolate con il contributivo, avrebbe una riduzione superiore al 40 per cento. Questa situazione, si legge nel documento Inps, è il risultato di regole che fino al ’95 sono state molto generose con prestazioni pari all’80% della retribuzione in trenta anni di contributi invece di 40 come gli altri lavoratori dipendenti. Inoltre i contributi sulle retribuzioni venivano versati in misura inferiore rispetto ad analoghe retribuzioni di lavoratori iscritti al fondo dei lavoratori dipendenti.

Intanto aumenta ancora da gennaio del 2016 l’età per andare in pensione, perché – come previsto dalla legge – l’anno prossimo scatta il nuovo adeguamento di quattro mesi in base agli incrementi della speranza di vita. Quindi tra il 2016 ed il 2018 gli uomini andranno in pensione di vecchiaia a 66 anni e sette mesi. Differenziata l’età fissata per le donne. A indicare le nuove soglie è l’Inps in una circolare nella quale chiarisce quanto disposto da un decreto del ministero dell’Economia di fine 2014 sull’aumento di tali requisiti legati alla speranza di vita media. L’adeguamento era stato introdotto da un provvedimento del 2010. Per il 2019 si fisserà un nuovo adeguamento alla speranza di vita che però, proprio a partire da quell’anno, non sarà più triennale ma, in base alla legge Fornero, avverrà ogni due anni. Gli uomini, dunque, del settore privato e del settore pubblico e gli autonomi dal primo gennaio 2016 e fino a fine 2018 andranno in pensione di vecchiaia a 66 anni e sette mesi.  Le donne, invece, del settore privato andranno in pensione di vecchiaia a 65 anni e sette mesi (66 anni e sette mesi nel 2018) mentre le lavoratrici autonome andranno in pensione di vecchiaia a 66 anni e un mese (66 anni e sette mesi nel 2018). Le dipendenti pubbliche vanno in pensione di vecchiaia alla stessa età degli uomini (66 anni e sette mesi). In ogni caso sono comunque richiesti almeno 20 anni di contributi. La pensione anticipata dal 2016 rispetto all’età di vecchiaia si potrà percepire con 42 anni e 10 mesi se uomini, con 41 anni e 10 mesi se donne. Da quando è stato introdotto l’adeguamento alle aspettative di vita  l’età pensionabile è finora salita di 7 mesi.