Creare una nuova authority indipendente costerebbe troppo. Per questo sul mondo del non profit continuerà a vigilare solo il ministero del Lavoro, in collaborazione con quello dello Sviluppo e, ma questo è solo un auspicio, con le Entrate. A dispetto delle carenze nei controlli, sotto gli occhi di tutti da quando l’inchiesta su Mafia Capitale ha messo in luce il ruolo centrale della Cooperativa sociale 29 giugno di Salvatore Buzzi nella “cupola” romana, è tramontata l’ipotesi di riesumare quella Agenzia del terzo settore che il governo Monti aveva abolito nel 2012 per contenere la spesa pubblica.

A chiudere i giochi è stato un emendamento della deputata Pd Donata Lenzi, relatrice alla legge delega sulla riforma del terzo settore in discussione alla commissione Affari sociali della Camera. La proposta di modifica, presentata con il parere favorevole del governo e approvata dalla commissione (contrari Sel e MoVimento 5 Stelle), cancella l’idea originaria di una “unità di missione” dedicata presso la presidenza del Consiglio, ma al tempo stesso definisce anche “non opportuna” l’istituzione di un’agenzia ad hoc. Perché “una vigilanza efficace su una platea così vasta richiederebbe una struttura di dimensioni rilevanti, con conseguenti problemi nell’individuazione delle risorse necessarie”. Il nodo, insomma, rimane sempre lo stesso: i soldi.

Una possibile soluzione era comunque stata individuata: usare l’1% dei fondi ricevuti ogni anno dagli enti attraverso il 5 per mille, pari da quest’anno a 500 milioni di euro dopo che la legge di Stabilità ha alzato il tetto massimo distribuibile. Per finanziare una eventuale nuova authority del settore sarebbe stato più che sufficiente, considerato che l’Agenzia guidata da Stefano Zamagni ha speso, tra 2007 e 2011, una media di 2 milioni l’anno. Peraltro, fa notare l’esperto di legislazione degli enti non profit Carlo Mazzini sul portale quinonprofit.it, accentrare in un unico albo gli attuali registri regionali delle associazioni di volontariato e l’anagrafe delle onlus potrebbe addirittura consentire un risparmio, oltre a garantire che i controlli siano svolti da “personale competente” ed evitare “differenti trattamenti a parità di attività realizzata”. Ma l’esecutivo era contrario e alla fine ha prevalso la scelta della continuità, sostenuta anche dal sottosegretario del ministero del Lavoro con delega al terzo settore Luigi Bobba, che pure fino all’anno scorso auspicava “un organismo terzo, cioè indipendente dall’amministrazione statale”.

Invece alla fine, come ammesso dal deputato Pd Edo Patriarca, la posizione contraria del governo ha fatto sì che prevalesse la “mediazione”. Questo nonostante la maggioranza della Commissione fosse favorevole all’idea di costituire una nuova authority e lo stesso Patriarca, non più tardi del mese di dicembre, avesse depositato un emendamento per ripristinarla con l’obiettivo di “vigilare sul buon nome del terzo settore e combattere abusi“. Come i casi delle false onlus che partecipano al riparto del 5 per mille e si avvalgono di sgravi fiscali senza averne diritto. Nulla da fare: la competenza su vigilanza, indirizzo e controllo resta in capo alla Direzione generale per il terzo settore e la responsabilità sociale delle imprese del ministero guidato da Giuliano Poletti. Già dimenticato lo “scivolone” di dicembre, quando è emerso che il dicastero aveva affidato un appalto proprio alla coop di Buzzi. “Ma noi non rinunciamo a ripresentare la proposta durante l’iter del ddl al Senato”, anticipa Pietro Barbieri, portavoce del Forum nazionale del terzo settore. “Crediamo che un soggetto terzo, autonomo e indipendente, sia indispensabile anche come mediatore tra controllori e controllati: l’Agenzia delle Entrate, per esempio, conosce poco il mondo del non profit, così non di rado si creano fraintendimenti e alle organizzazioni arrivano richieste che non tengono conto delle loro specificità”.

Per ora, l’unica concessione rimasta alle richieste degli enti consiste in un comma aggiuntivo che prevede la promozione di “adeguate forme di autocontrollo“, anche attraverso “l’utilizzo di strumenti atti a garantire la più ampia trasparenza e conoscibilità delle attività svolte dagli enti medesimi, sulla base di apposite convenzioni stipulate con gli organismi maggiormente rappresentativi degli enti stessi o con il sistema dei centri di servizio per il volontariato per consentire il necessario supporto agli enti di dimensioni ridotte”. La novità – anche se i dettagli restano tutti da chiarire – secondo Barbieri introduce una “responsabilizzazione del settore rispetto al tema della trasparenza”. “Sia chiaro, è giusto e sacrosanto che ogni volta che ci sono di mezzo soldi pubblici – per esempio perché una onlus vince una gara o ottiene un accreditamento – ci sia un controllo da parte dell’amministrazione statale coinvolta. L’autocontrollo non confligge con questa impostazione, è solo un modo per indurre le organizzazioni a rendere pubbliche tutte le informazioni utili per i donatori e per la pubblica amministrazione”. Sul modello della Charity commission del Regno Unito, un’agenzia che gestisce i registri delle onlus, decide quando riconoscere lo status di “charity” e vigila sul comparto.