Non pervenuto il fondo da 500 milioni di euro per l’impresa sociale. Un po’ più risorse per il servizio civile, ma non abbastanza per renderlo “universale” come Matteo Renzi aveva detto di voler fare. Poi la stabilizzazione del 5 per mille, l’aumento del tetto massimo per le detrazioni fiscali sulle donazioni alle onlus e il via libera al finanziamento di iniziative di cooperazione internazionale da parte della Cassa depositi e prestiti. Si fermano qui le novità concrete per il terzo settore arrivate nel corso del 2014, dopo che in agosto il governo ha varato un disegno di legge delega che traccia solo a grandi linee la riforma complessiva del comparto. Ma il cantiere è ancora aperto: entro la fine del 2015, dopo che il Parlamento avrà approvato il ddl, l’esecutivo è atteso alla prova dei decreti attuativi. Che dovranno tra l’altro riformare il meccanismo che permette ai contribuenti di destinare una quota dell’Irpef agli enti non profit, riorganizzare il sistema di registrazione e i controlli sulle attività svolte, disciplinare meglio le imprese sociali e razionalizzare le agevolazioni fiscali al settore. Ecco che cosa manca all’appello, che cosa bolle in pentola e quali sono le priorità.

In cima alla lista delle scadenze non rispettate c’è l’attivazione del fondo per le imprese sociali, cioè le organizzazioni senza scopo di lucro che producono beni o servizi “di utilità sociale” o di interesse generale, come l’assistenza socio-sanitaria. Renzi lo aveva promesso nel marzo scorso, durante la prima conferenza stampa con le slide. La presentazione in Powerpoint parlava chiaro: le risorse avrebbero dovuto essere disponibili “dal primo giugno”. “È una misura che caratterizza questo governo, sono grato a chi dal terzo settore me lo ha suggerito, il terzo settore in realtà è il primo e va incoraggiato”, aveva chiosato il presidente del Consiglio. Poi però, mentre gli addetti ai lavori di dividevano sull’opportunità di permettere all’impresa sociale di distribuire dividendi e in che misura, l’esecutivo ha fatto i conti con le risorse disponibili e nel ddl delega ha previsto uno stanziamento di soli 50 milioni. Confermati nel maxiemendamento alla legge di Stabilità, che però precisa come quei soldi, che saliranno a 140 milioni nel 2016 e 190 dal 2017, debbano bastare anche per l’intera riforma del terzo settore e la “disciplina del servizio civile universale”.

Nella legge di Stabilità solo 50 milioni per impresa sociale, riforma del terzo settore e disciplina del servizio civile universale

Quanto al servizio civile, i 50 milioni in più inseriti in extremis nella legge di Stabilità, portano la dotazione per il 2015 a 115 milioni. Una cifra sufficiente per inserire in enti e associazioni che ne hanno fatto richiesta solo 30mila giovani. Dunque la strada verso l’impegno di avviare al servizio “100mila giovani all’anno” è ancora lunghissima e la Conferenza nazionale degli enti per il servizio civile (Cnesc) chiede, per il futuro, un impegno maggiore.

Sempre nell’ambito della manovra finanziaria è arrivata come è noto una stangata per le fondazioni bancarie (che finanziano anche attività del terzo settore), solo attenuata dal credito di imposta sulla maggiore tassazione del 2014. In compenso, sempre sul versante fiscale, il non profit ha incassato due vittorie per cui si batteva da tempo. Per prima cosa è stata elevata la soglia per la detrazione dalle tasse dei soldi donati alle onlus: fino a oggi erano detraibili, nella misura del 26%, importi fino a 2.065 euro, mentre dal 2015 l’asticella sale a 30mila, lo stesso livello stabilito per le donazioni ai partiti. Il governo rivendica poi di aver “aumentato e stabilizzato” il 5 per mille. In effetti l’ammontare massimo di gettito Irpef che finirà nelle casse di enti di ricerca e terzo settore sale a 500 milioni contro i 400 del 2014. Ma, anche alla luce dell’ultima relazione della Corte dei Conti, il sistema va senza dubbio ripensato per garantire maggiore trasparenza e escludere dall’elenco dei 50mila destinatari quelli che “non producono alcun valore sociale”. Non per niente lo stesso comma della Stabilità che innalza il tetto prevede anche che entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge la presidenza del Consiglio vari un decreto in cui saranno definite le modalità di redazione del rendiconto sull’uso dei fondi ricevuti e di pubblicazione “sul sito web di ciascuna amministrazione erogatrice” degli elenchi dei soggetti ai quali è stato erogato il contributo, con il relativo importo.

Sale a 30mila euro il tetto per la detraibilità dalle tasse, nella misura del 26%, dei soldi donati alle onlus

Per rimanere in tema di trasparenza e controlli – tasto dolentissimo dopo il ruolo da protagoniste delle cooperative sociali nell’inchiesta su Mafia Capitale – i decreti attuativi del governo dovranno poi rivedere per intero il procedimento per il riconoscimento della personalità giuridica delle onlus, definire i “criteri e vincoli di strumentalità” dell’attività di impresa rispetto agli scopi istituzionali, introdurre una contabilità separata per la gestione istituzionale e quella imprenditoriale e fissare “specifiche modalità di verifica e controllo”. Insomma: un pacchetto mirato a evitare l’abuso o l’utilizzo opportunistico delle forme associative. “La cosa più urgente è dividere con chiarezza la dimensione imprenditoriale e commerciale da quella erogativa”, conferma Flaviano Zandonai, segretario di Iris Network, la rete italiana degli istituti di ricerca sull’impresa sociale. “Servono norme che facciano emergere il primo aspetto, per valorizzarlo ma ovviamente anche per controllarlo”. Resta da capire come l’esecutivo intende farlo: la delega cita la creazione di un “registro unico” del Terzo settore ma non dice nulla, nel dettaglio, su chi sarà responsabile della vigilanza. Dopo che, nel 2012, il governo Monti ha abolito l’Agenzia del terzo settore, un soggetto ad hoc non esiste.

Zandonai, segretario di Iris Network: “Occorre dividere con chiarezza la dimensione imprenditoriale e commerciale delle onlus da quella erogativa”

L’ultimo capitolo è quello che riguarda fiscalità e raccolta di finanziamenti. Su questo versante le novità in arrivo sono diverse. Ma suscitano già qualche perplessità. Innanzitutto, il canovaccio della riforma del terzo settore prevede l’introduzione di “un regime di tassazione agevolativo che tenga conto delle finalità solidaristiche e di utilità sociale dell’ente”, “l’istituzione di un apposito fondo rotativo destinato a finanziare a condizioni agevolate gli investimenti in beni strumentali materiali e immateriali” e “la possibilità di accedere a forme di raccolta di capitali tramite portali on line“. Un’idea che piace alle frange più innovative e “pro mercato” del terzo settore, ma suona rischiosa alla luce delle vicende della Coop 29 giugno, al centro dell’inchiesta sul “Mondo di mezzo”: poco prima dell’esplosionee dello scandalo la cooperativa di Salvatore Buzzi aveva appena chiuso una raccolta di prestiti attraverso una piattaforma web. Per quanto riguarda la cooperazione internazionale, la cui riforma è entrata in vigore il 28 agosto e deve essere completata con il riordino del ministero degli Esteri e la nascita di una nuova Agenzia specializzata, le attività di aiuto allo sviluppo entrano ora nel già vastissimo raggio d’azione della Cassa depositi e prestiti. A metà dicembre 2014 il consiglio di amministrazione del gruppo presieduto da Franco Bassanini ha approvato le modifiche che inseriscono nello statuto la possibilità di finanziare iniziative di cooperazione. In pratica l’ente che gestisce il risparmio postale degli italiani sarà il braccio finanziario degli aiuti bilaterali e multilaterali dell’Italia ai Paesi in via di sviluppo. Resta da vedere se il nuovo sistema sarà più efficace del precedente nel dirigere le risorse dove servono ed evitare gli scandali e i pasticci che troppo spesso hanno costellato la storia dei progetti di solidarietà internazionale passati attraverso i bandi della Farnesina. Ancora tutto da capire, poi, il ruolo effettivo che il svolgerà il nuovo consigliere del premier in materia, Vincenzo Manes, che sogna una nuova Iri del sociale che riceva anche l’apporto di fondi privati.