Slitta l’esame nell’Aula del Senato del disegno di legge anticorruzione. Quello che Piero Grasso depositò ben due anni fa e che contiene provvedimenti – dall’aumento delle pene per i tangentisti alla riforma restrittiva del falso in bilancio – sui quali fu invocata somma urgenza dopo gli scandali Mose, Mafia capitale e l’applauditissimo discorso di insediamento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La conferenza dei capigruppo di palazzo Madama ha deciso di metterlo in calendario nella settimana dal 17 al 19 marzo anziché domani com’era previsto da tempo. E’ l’ennesimo rinvio di un provvedimento che già in commissione Giustizia più volte, negli ultimi due anni, è stato sottoposto a rallentamenti e ripartenze. Ieri, come avvenuto anche nelle precedenti, sedute, i lavori sono andati a rilento: in due ore e mezza è stato approvato un solo emendamento, e un altro è stato accantonato.

Mentre nelle sedute precedenti ha pesato l’ostruzionismo di Forza Italia, ora si attende che in commissione arrivi l’emendamento del governo sul falso in bilancio, annunciato ieri. Le ultime notizie lo davano al ministero per i Rapporti con il Parlamento, ma a Palazzo Madama ancora non si è visto. L’emendamento da un lato toglie le soglie di impunità per i trucchi contabili inferiori al 5% dell’utile o all’1% del patrimonio netto – che in un primo tempo il governo voleva mantenere – dall’altro abbassa le pene per gli amministratori di società non quotate, eliminando così la possibilità che i pm possano disporre intercettazioni durante le indagini.

In un’intervista a Repubblica il senatore Pd Felice Casson (ex magistrato) aveva annunciato il proprio voto contrario al testo per “mancanza di coraggio”, perché “quando si parla di anticorruzione, di prescrizione e di falso in bilancio, il Nuovo centrodestra si ritrova automaticamente con Forza Italia. Il governo va in difficoltà e quindi cerca un compromesso”, che in questo caso “non mi pare molto ‘onorevole'”. Casson spiega che voterà “la proposta che, come senatori del Pd, abbiamo presentato fin da giugno del 2014”, che prevede cioè un “pena fino a 6 anni, dando la possibilità alla magistratura di fare intercettazioni”. Afferma che “sono anni che, come Democratici, cerchiamo di rendere concretamente punibili i delitti di falso in bilancio. E invece, all’ultimo momento, si decide di non farlo per bene”.