Il virus dell’Aids è un nemico ostico per l’organismo, sia perché colpisce selettivamente il sistema immunitario, sia perché è in grado di camuffarsi bene, integrando il proprio materiale genetico con il Dna dei linfociti che infetta. In questo modo, aggredisce non solo il singolo linfocita colpito, ma anche indirettamente i suoi discendenti, ai quali la cellula madre, quando si divide, trasmette in eredità anche il materiale genetico del virus.

Adesso un team di ricercatori italiani dell’International centre for genetic engineering and biotechnology (Icgeb) di Trieste, guidati da Mauro Giacca, ha individuato alcuni dei nascondigli preferiti dell’Hiv, con il quale nel mondo convivono più di 35 milioni di persone, a volte senza esserne a conoscenza. Mentre prosegue la ricerca per sconfiggere l’infezione attraverso nuove strategie come la terapia genica, in un articolo appena pubblicato sul sito di Nature, gli studiosi triestini – in collaborazione con alcuni ricercatori dell’Università di Modena e del Genethon di Parigi – hanno scattato una fotografia della struttura del nucleo dei linfociti, e individuato le tane dove l’Hiv si nasconde, fino a diventare invisibile.

I ricercatori triestini hanno studiato i meccanismi che portano il virus a scegliere soltanto alcuni dei circa 20mila geni umani per integrarsi. E, soprattutto, le strategie che adotta l’Hiv per nascondersi all’interno di questi geni e sfuggire, così, ai farmaci, portando alla cronicizzazione dell’infezione. Gli scienziati hanno, infatti, scoperto che il virus è in grado d’integrare il proprio materiale genetico vicino alla membrana esterna che delimita il nucleo, in corrispondenza delle strutture dei cosiddetti pori nucleari, le porte attraverso le quali ha avuto accesso all’interno della principale cabina di regia della cellula.
“È come quando entriamo in una sala cinematografica al buio – spiega Mauro Giacca, a capo del team di studiosi italiani -. I posti più comodi sono quelli più lontani, ma i più facili da raggiungere sono quelli vicini alle porte, ed è proprio lì che ci accomodiamo. Allo stesso modo – sottolinea lo scienziato –, inserendosi nei geni più prossimi alle porte d’ingresso del nucleo cellulare, la probabilità che il virus si nasconda ai farmaci diventa più alta. Questo è il motivo per cui oggi – conclude Giacca – riusciamo a rallentare la progressione verso l’Aids, ma non a eliminare del tutto l’infezione”.

L’abstract dello studio su Nature