“Fornire una protezione durevole” contro il virus dell’Aids, con il quale nel mondo convivono più di 35 milioni di persone, a volte senza esserne a conoscenza. Con queste parole, contenute nel titolo di uno studio appena pubblicato su Nature, i ricercatori Usa dello Scripps Research Institute in Florida, guidati da Michael Farzan, annunciano i risultati dei primi test di quello che potrebbe essere un nuovo potenziale vaccino, con azione sia terapeutica sia preventiva, contro l’Hiv e i suoi cugini che infettano le scimmie. Testato con successo sui macachi, la nuova strategia di attacco al virus si basa su tecniche di manipolazione del Dna, la cosiddetta terapia genica.

In pratica, secondo quanto riportato sul sito “BBC Health”, il team di studiosi americani ha inserito nel Dna di cellule muscolari di alcune scimmie un gruppo di geni in grado di sintetizzare proteine antivirali. Le cellule muscolari geneticamente modificate diventano, così, fabbriche di armi anti-Hiv, che sono poi riversate di continuo nel torrente sanguigno, entrando in azione in caso di infezione. Il trattamento, secondo quanto osservato dagli studiosi Usa, è in grado di garantire una protezione per almeno 34 settimane contro tutti i tipi di Hiv.

“Il composto che abbiamo sviluppato è l’inibitore più potente e ad ampio spettro mai scoperto – spiega Michael Farzan, a capo del team Usa -. A differenza degli anticorpi, infatti, che falliscono nella neutralizzazione di una grande porzione dei ceppi di Hiv-1, la nostra proteina – aggiunge lo studioso – si è dimostrata efficace contro tutti i ceppi sui quali abbiamo eseguito test di laboratorio”. La ricerca di un vaccino contro l’Hiv è una sfida scientifica complessa, perché il virus muta così rapidamente che è come se l’obiettivo si spostasse di continuo. Secondo l’Unaids – il programma delle Nazioni Unite per l’Aids – dall’inizio dell’epidemia, più di 30 anni fa, fino al 2013 sono state circa 78 milioni le persone contagiate e 39 milioni i morti per infezioni opportuniste collegate all’Hiv, nella maggior parte dei casi per tubercolosi. Gli esperti pensano adesso che il nuovo approccio possa essere testato anche sull’uomo, sia nella prevenzione che nel trattamento d’individui già colpiti dall’infezione, e contano di iniziare al più presto una prima sperimentazione clinica su pazienti sieropositivi.

“Questa ricerca – sottolinea Farzan alla BBC – è il frutto di oltre dieci anni di studi sui meccanismi biochimici dell’ingresso dell’Hiv nelle cellule. Siamo più vicini di qualunque altro approccio a una protezione universale, ma esistono ancora ostacoli. I risultati di Nature, tuttavia – conclude lo scienziato -, potrebbero aprire uno spiraglio al possibile uso di queste proteine antivirali come ingrediente per un vaccino anti-Hiv”.

L’Abstract dello studio su Nature

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