Il concetto più o meno è questo: “Lui è un vecchio comunista, io un vecchio democristiano, quindi sappiamo come si parla”. Il ragionamento è di Gianstefano Frigerio, l’ex Dc condannato in Tangentopoli, poi riabilitato, ricandidato e nuovamente finito in galera per aver brigato e intascato tangenti da chi voleva spartirsi la torta di Expo. I magistrati l’hanno chiamata “cupola degli appalti”. La frase viene intercettata dall’antimafia milanese il 14 ottobre 2013.

E se Frigerio, alias il Professore, è il vecchio democristiano, il vecchio comunista è Claudio Levorato, 66 anni di Pianiga in provincia di Venezia, nonché presidente del consiglio di amministrazione di Manutencoop Facility Management, il colosso rosso leader nel settore della manutenzione e delle pulizie, quotato in Borsa con 18 mila dipendenti e un fatturato che supera il miliardo di euro. Al telefono Levorato non viene citato a caso. Frigerio vuole coinvolgerlo nell’affare da oltre 300 milioni di euro per la costruzione della Città della salute che, nei progetti, dovrà sorgere sui terreni dell’ex area Falck a Sesto San Giovanni. Spiega Frigerio a un dirigente di Manutencoop: “Dica a Levorato che ho cominciato a mettere il naso sulla Città della salute”. E ancora: “Io vedrò Levorato nei prossimi giorni (…) perché voglio concordare con lui i collegamenti che possono fare loro, di tipo politico”. L’affare finisce dritto dritto nelle carte dell’indagine assieme a Levorato e alla Manutencoop. Un inciampo grave che però deve ancora passare al vaglio dei giudici. Levorato, dunque, fino a prova contraria resta innocente come del resto si è dichiarato nei mesi successivi allo scandalo. Non certo l’unico.

Levorato, infatti, sembra abbonato agli avvisi di garanzia. Dalla Lombardia alla Puglia dove risulta tra i 51 indagati per alcuni appalti pilotati dell’Asl di Brindisi (sarebbero stati corrotti pubblici ufficiali). Sempre Levorato, sempre Manutencoop, la piccola cooperativa diventata grande seguendo la carriera del suo mentore, amico dell’attuale ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. Vecchi comunisti entrambi, parafrasando Frigerio. Senonché Poletti oggi siede al tavolo di un governo decisamente opposto a quel mondo, quando il non ancora ministro, semplice dirigente del Pci imolese, conosce Levorato che studia alla scuola del partito. Stessa strada, dunque. E, per il ras delle coop rosse, carriera in discesa a partire dagli anni Ottanta. Nel 1984 entra in Manutencoop.

Levorato e il suo regno, dunque. Che regge nonostante le scosse telluriche delle inchieste giudiziarie. Perché oltre a Manutencoop, oggi Levorato siede nel consiglio d’amministrazione di Unipol e in quello di Finsoe (Finanziaria dell’economia sociale), la holding, composta da imprese aderenti alla Legacoop, che detiene il controllo diretto di Unipol Gruppo Finanziario. Il nome di Levorato compare anche nel cda di un colosso dell’edilizia come il Consorzio Cooperative Costruzioni (Ccc). Colosso rosso naturalmente. Composto da 230 cooperative e protagonista di grandi opere pubbliche come l’alta velocità Milano-Bologna. La Ccc finirà coinvolta nell’inchiesta sul cosiddetto sistema Sesto che vede oggi imputato l’ex presidente della provincia di Milano Filippo Penati. Coinvolta e salvata dalla legge Severino che spacchettando il reato di concussione ha dato mano libera alla mannaia della prescrizione.

Insomma, Manutencoop è uno dei protagonisti attivi di quel partito-azienda che a sinistra è in grado di gestire affari e appalti. Eppure quella di Expo non è l’ultima ombra che pesa sull’azienda diretta da Levorato (indagato per reati contro la Pa), uno dei personaggi di vertice delle Coop rosse emiliane. La puntata più recente riguarda la Fiera di Milano, luogo strategico nonché simbolo dell’ex capitale morale. Sul tavolo un appalto da 25 milioni di euro per la manutenzione dell’intero quartiere fieristico contiguo al sito che dal primo maggio ospiterà l’Esposizione universale. L’appalto, della durata di quattro anni, è bloccato su decisione dell’ad di Fiera spa Enrico Pazzali. Il perché è presto detto: sul caso pesa un’inchiesta della Procura di Milano che attualmente risulta a carico di ignoti. Dunque nessun indagato, ma molti protagonisti. Su tutti Manutencoop. Che nel giugno 2014, con la gara d’appalto ai nastri di partenza, firma un contratto di consulenza con una sconosciuta srl, l’House Tech con sede in via Bellini a Milano. Lo scopo di questo rapporto, si legge in un’informativa della polizia giudiziaria, “è seguire il processo di selezione attivato da Fiera Milano spa per l’affidamento del servizio manutenzione”. Di più: “Manutencoop qualora si fosse aggiudicata l’incarico” s’impegnava “a versare ad House Tech un compenso pari al 2,5 % del fatturato complessivo”. Calcolatrice alla mano, si tratta di una consulenza da 600mila euro. Questo avrebbe dovuto incassare House Tech che per altro, ragionano gli investigatori, non ha alcuna competenza specifica. E che dell’appalto non si è mai occupata come messo a verbale dal suo ad, Carlo Brigada.

La domanda dalla quale parte la procura è questa: perché Manutencoop, già vincitrice dell’appalto per il precedente quadriennio avrebbe dovuto pagare questa strana consulenza? Si tratta di una tangente mascherata? I sospetti investigativi aumentano nel momento in cui gli inquirenti fotografano i rapporti d’affari tra Brigada e il cavaliere del lavoro Benito Benedini che risulta, oltre che presidente del Sole 24 Ore, anche presidente della Fondazione Fiera, ente pubblico che detiene il 62 % di Fiera Milano spa, società, quest’ultima, a tutti gli effetti privata. La lettera di contratto tra House Tech e Manutencoop risale al gennaio del 2014. Il fatto, però, resta sconosciuto a Pazzali fino all’estate dello stesso anno. Anche se già a marzo voci interne alla Fiera parlavano di un accordo tra Benedini e Manutencoop. Il contratto, secondo Pazzali, è la prova del nove. Scatta l’esposto e subito partono le indagini. I guai, dunque, non finiscono. A questi si aggiungono rumors di Palazzo che pronosticano “il vecchio comunista” Levorato messo all’angolo dallo tsunami renziano.

da il Fatto Quotidiano del 25 febbraio 2015

La precisazione di Benito Benedini
In relazione all’articolo “Ancora Levorato, la fiera delle inchieste sul re delle Coop” preciso che non conosco Claudio Levorato. L’appalto in questione non mi crea alcun imbarazzo, data la mia totale estraneità ai fatti riguardanti la Società House Tech Srl che non appartiene né direttamente né indirettamente al mio Gruppo e il Dott. Carlo Brigada è Socio al 50%, con mio figlio Riccardo, nella Società ITD International Trading Device Srl, società di servizi informatici che non ha mai avuto alcun rapporto con Manutencoop.  Pertanto, non esiste alcun conflitto d’interessi.

Apprendo dall’articolo che l’amministratore delegato di Fiera Milano SpA Enrico Pazzali viene a conoscenza di una lettera a contratto tra House Tech srl e Manutencoop nell’estate del 2014, “anche se voci interne alla Fiera parlavano di rapporti Manutencoop-Benedini già a marzo”, e presenta un esposto. Apprezzo lo zelo del dott. Pazzali, e aggiungo che se avessi saputo delle “voci interne” prima, e del contratto poi, avrei detto allora quanto ribadisco adesso, risparmiando tempo a tutti: “Benito Benedini e il suo Gruppo non hanno niente a che fare con Manutencoop e con House Tech, tantomeno (e ci mancherebbe) in relazione a Fiera Milano Spa”. Per precisazione, comunico che la Fondazione Fiera non è un ente pubblico, ma è un soggetto di diritto privato.
Benito Benedini