Una cupola un po’ di destra e un po’ di sinistra sugli appalti dell’Expo 2015, ma anche sulla sanità lombarda (ancora una volta). Un patto tra chi è stato comunista e chi è stato democristiano con chi, più giovane, gestisce ora gli affari dell’esposizione internazionale di Milano del prossimo anno. Erano garantite “le imprese riconducibili a tutti i partiti” dicono i magistrati dell’inchiesta che oggi, 8 maggio, ha portato a 7 arresti (6 in carcere e uno ai domiciliari).  E nel pomeriggio La Direzione investigativa antimafia ha perquisito per un’ora la sede della società Expo 2015 in via Rovello a Milano. Società che ha convocato un cda straordinario alle 18 per discutere la situazione dopo i nuovi arresti.

Se sia una nuova Tangentopoli, nata all’ombra del grande evento lombardo, è presto per dirlo. Di certo c’è che i protagonisti della storia arrivano da quello che sembrava il passato remoto. La fotografia di gruppo dell’inchiesta assomiglia a una Polaroid ingallita che improvvisamente riprende colore. A finire in cella, infatti, non è solo il direttore della pianificazione acquisti di Expo, Angelo Paris, ma anche personaggi che hanno punteggiato la bufera di Mani Pulite: l’ex segretario regionale della Dc lombarda e parlamentare di Forza Italia (pluricondannato) Gianstefano Frigerio, lo storico esponente del Pci Primo Greganti (il “compagno G”) e l’imprenditore Enrico Maltauro. Gli altri a essere stati raggiunti da un ordine di custodia cautelare in carcere sono stati l’intermediario genovese Sergio Catozzo (ex Cisl, ex Udc infine berlusconiano) e l’ex senatore del Pdl Luigi Grillo, già coinvolto in numerose inchieste (la più nota quella sulla Banca Popolare di Lodi, alla fine della quale è stato assolto in appello). Ai domiciliari, infine, Antonio Rognoni, direttore generale di Infrastrutture Lombarde, già arrestato due mesi fa per presunte irregolarità negli appalti delle opere pubbliche. 

La cupola aveva contatti molto in alto – agli atti ci sono le telefonate degli arrestati con Silvio Berlusconi, Cesare Previti e Gianni Letta -, prometteva avanzamenti di carriera e protezioni politiche ai manager, incontrava direttori di aziende ospedaliere, copriva e proteggeva le imprese “riconducibili” a tutti i partiti, comprese “le cooperative”. E appena si verificava un vuoto di potere il gruppo sembrava pronto a riempirlo con qualcuno di “fidato” per poter compiere altri reati, tanto da mandare raccomandazioni al leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, al presidente della Regione Roberto Maroni e al suo vice Mario Mantovani. “Ho mandato un biglietto a Berlusconi, non chiamo nessuno per telefono – dice Frigerio al telefono – Un biglietto per Berlusconi e uno a Mantovani dicendo ‘ma la soluzione migliore si chiama Paris per la direzione’. Una “strategia” per sostituire proprio l’ex dg di Infrastrutture Lombarde Rognoni. E il 3 febbraio, scrive il gip, proprio Paris partecipa a una cena ad Arcore.

La cupola che proteggeva “le imprese riconducibili a tutti i partiti”
In Lombardia sarebbe esistita una vera e propria “cupola per condizionare gli appalti”, alcuni dei quali relativi anche ad Expo, come hanno spiegato i magistrati. La “cupola” prometteva “avanzamenti di carriera” grazie a “protezioni politiche” a manager e pubblici ufficiali. Racconta il pm Claudio Gittardi che Paris in un’intercettazione telefonica agli atti dice in sostanza: “Io vi do tutti gli appalti che volete se favorite la mia carriera”. E il “compagno G”? Secondo gli inquirenti “copriva e proteggeva le cooperative”: la “saldatura” tra Greganti e Frigerio “proteggeva le imprese riconducibili a tutti gli schieramenti politici”. Nelle carte dell’inchiesta compaiono, a quanto si è appreso, i nomi di Silvio Berlusconi, Cesare Previti e Gianni Letta, che però non risultano indagati. L’inchiesta che ha portato anche ad una serie di perquisizioni da parte della Guardia di Finanza  e della Dia milanese, vede al centro i reati di associazione per delinquere, corruzione, turbativa d’asta, rivelazione e utilizzazione del segreto d’ufficio.

“Viavai continuo di imprenditori, dg di Asl, politici”
La “sede sociale” dell’associazione per delinquere che avrebbe “inquinato” gli appalti era un’associazione culturale intitolata a Tommaso Moro, lo scrittore umanista autore di “Utopia”. “Neanche la sua fantasia sarebbe arrivata a tanto”, ha affermato il procuratore della Repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati
Frigerio era il presidente del Centro Culturale Tommaso Moro e alcuni imprenditori, secondo i pm, avrebbero anche dato “soldi per una pubblicazione riferibile al figlio di Frigerio”. Nel centro, secondo il pm Gittardi, “c’era una viavai continuo di imprenditori, dg di aziende ospedaliere, personaggi di rilievo politico” e poi una serie di incontri si svolgevano anche “in alberghi, ristoranti, nel corso di cene a Milano e Roma”. Gli incontri si svolgevano, come ha spiegato il pm D’Alessio, “anche a Roma ogni mercoledì”. La “struttura” associativa, come ha sottolineato Bruti Liberati, “ruotava attorno a Frigerio, Greganti, Grillo come organizzatori dell’associazione” e aveva per “partecipi Cattozzo, Paris e Maltauro”. Frigerio, invece, aveva a disposizione, in particolare, una “squadra” di dg di aziende ospedaliere lombarde. Questa, hanno sottolineato i pm, “non è un’indagine sull’Expo, ma è anche un’indagine sull’Expo”. 

Una ventina di indagati: “Squadra di direttori generali degli ospedali a disposizione della cupola”
Sono 12 le misure cautelari rigettate per un totale di circa 20 indagati. Il pm Antonio D’Alessio parla di “ramificazioni in diversi settori dell’amministrazione e agganci politici” di qualsiasi schieramento. Era una struttura, continuava il magistrato, capace di “avvicinare il pubblico ufficiale per ottenere anticipi di bandi e di procedure di gara” ad esempio relativi al progetto delle Vie d’acqua o all’area parcheggi per Expo. In questo senso è “sorprendente la disponibilità” di Paris “di mettere a disposizione informazioni riservate”. Un’organizzazione che si “rivolge a pubblici ufficiali promettendo avanzamenti di carriera in cambio di protezione politica” e che ha dalla sua parte – aggiunge il pm Gittardi – una “capacità impressionante di interventi in appalti sanitari, con una squadra di direttore generali e amministratori a sua disposizione“. C’è un richiamo “fortissimo a far parte di una squadra, la capacità di coprire tutte le aziende operative con collegamenti e protezioni” riferibili “a qualsiasi schieramento politico”, conclude. Gli inquirenti milanesi stanno indagando anche su ipotesi corruttive relative a forniture sanitarie a favore, tra le altre, delle aziende ospedaliere di Melegnano e Pavia, per le quali risultano indagati Patrizia Pedrotti e Paolo Moroni, rispettivamente direttore amministrativo e generale del presidio di Melegnano, e Daniela Troiano direttore generale dell’azienda ospedaliera di Pavia.

“Condizionati appalti sui servizi e sull’area parcheggi”
I pm titolari dell’inchiesta – il procuratore aggiunto Ilda Boccassini, i sostituti Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio, assieme a Bruti Liberati – hanno chiarito che l’associazione per delinquere “operativa da un anno e mezzo o due” avrebbe condizionato o tentato di condizionare almeno da metà del 2013 alcuni appalti dell’Expo, tra cui la gara per “l’affidamento per le architetture di servizi”, che sarebbe stata pilotata a favore dell’imprenditore vicentino Enrico Maltauro, anche lui finito in carcere. Maltauro, sempre secondo i pm, avrebbe versato “30-40mila euro al mese” in contanti o come fatturazione di consulenze alla “cupola degli appalti”. Paris, importante manager dell’Expo e, in particolare, responsabile dell’Ufficio contratti, avrebbe dimostrato “a partire dal settembre-ottobre 2013 piena disponibilità nei confronti del sodalizio” e sarebbe stato “totalmente a disposizione”, tanto che, sempre secondo i pm, “avrebbe fornito notizie riservate sulle gare d’appalto e pilotato le assegnazioni”. Al centro dell’inchiesta ci sono poi alcuni altri appalti “minori” di Expo come quello “dell’area parcheggi”. Le indagini poi avrebbero accertato anche la presunta aggiudicazione illecita di appalti per alcune “aziende ospedaliere lombarde” e del progetto “Città della Salute”, nuovo polo che dovrebbe sorgere a Sesto San Giovanni e che dovrebbe riunire il “Besta” e l’istituto tumori. Ma non solo: la “cupola” secondo i pm è riuscita anche a condizionare un appalto con al centro Sogin per lo smaltimento di scorie nucleari. 

L’indagine è nata da un’altra inchiesta che nei mesi scorsi aveva portato all’arresto dell’ex consigliere lombardo, Massimo Gianluca Guarischi (ora sotto processo), per presunte tangenti nella sanità lombarda, un filone questo che vede indagato in una tranche (distinta dall’inchiesta scaturita nel blitz di stamani) anche l’ex presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni

Frigerio, il parlamentare di B. graziato dal Parlamento
Gianstefano Frigerio
, attuale collaboratore dell’ufficio politico del Ppe a Bruxelles, è stato condannato definitivamente a tre anni e nove mesi per le mazzette sulle discariche lombarde (corruzione) e a due anni e undici mesi in altri due processi della Tangentopoli milanese (concussione, corruzione, ricettazione, finanziamento illecito), salvo per prescrizione nel processo Enel (corruzione), diventa deputato di Forza Italia nel 2001 (ha
 un posto sicuro in Puglia, col nome cambiato in “Carlo” per camuffarlo meglio), ma non riesce a entrare alla Camera perché lo arrestano subito. Mentre il presidente Pierferdinando Casini inaugura i lavori della 14esima legislatura invocando la Madonna di San Luca, i giudici di Milano provvedono all’arresto dell’onorevole pregiudicato. Poi ottiene un ricalcolo della pena, con un congruo sconto, e accede ai servizi sociali. Che riesce a scontare in Parlamento. Nel 2006, privo del diritto di voto a causa dell’interdizione dai pubblici uffici, non viene ricandidato. Ma rimane responsabile dell’Ufficio dei dipartimenti di Forza Italia e collaboratore del Giornale di Paolo Berlusconi, che negli anni Novanta gli pagava le tangenti. Il suo caso in Parlamento dette qualche speranza proprio a Berlusconi quando – a pochi mesi dalla condanna definitiva per la frode fiscale di Mediaset – l’ex Cavaliere tentava in tutti i modi di rimanere senatore, evitando non solo la decadenza – poi avvenuta con il voto di Palazzo Madama – ma anche l’interdizione dai pubblici uffici.

Il compagno G, 21 anni dopo
L’ex Compagno G, ex cassiere di Pci e Pds, classe 1944, fu tra i pochi a rifiutare ogni collaborazione con i magistrati ai tempi di Tangentopoli. Era il primo marzo 1993 quando Greganti venne arrestato in esecuzione di un ordine di custodia firmato dallo “storico” gip di Mani Pulite Italo Ghitti su richiesta del pm Antonio Di Pietro, con l’accusa di corruzione, per aver ricevuto in Svizzera, tra il 1990 e il 1992, 621 milioni dal gruppo Ferruzzi per appalti Enel. Denaro che, secondo la magistratura, rappresentava la prima delle due quote riservate al Pci-Pds delle tangenti concordate con il sistema dei partiti (l’1,6 per cento sul valore delle commesse). A fotografare quella ripartizione di mazzette ai magistrati milanesi era stato Lorenzo Panzavolta, amministratore della Calcestruzzi di Ravenna, l’uomo che fece materialmente i versamenti estero su estero. In seguito i versamenti accertati “lievitarono” a tre: 621 milioni depositati il 21 novembre 1990 sul conto “Gabbietta” intestato a Greganti alla Banca di Lugano; 525 milioni nel settembre 1992 sul conto 294469 alla Banca del Gottardo di Zurigo, sempre nella disponibilità di Greganti; 100 milioni consegnati personalmente nello stesso 1992 al compagno G. Il quale negò sempre ogni addebito e continuò a ripetere che si trattavano di consulenze personali. Alla fine di un’inchiesta “contrastata” che vide gli inquirenti milanesi dividersi e scontrarsi sul capitolo Pci-Pds, Greganti venne condannato a 3 anni e 7 mesi per finanziamento illecito al suo partito, pena successivamente patteggiata e ridotta a 3 anni e confermata dalla Corte di Cassazione nel marzo 2002, ulteriormente ridotta di sei mesi dopo che Greganti aveva già scontato in regime di carcerazione cautelare a San Vittore durante le indagini. Del “compagno G” in seguito si è saputo poco o nulla. Solo che aveva “abbandonato” la politica e si dedicava ad affari privati. In passato ha anche difeso la “rivoluzione” giudiziaria milanese sostenendo che “seppur con errori ed eccessi, senza quell’inchiesta saremmo finiti come l’Argentina”.

Greganti e il Pd
Ma Greganti ha davvero abbandonato gli ambienti del Pd? Il Pd si è davvero liberato di Greganti? Nel 2010 Europa raccontava che il compagno G raccoglieva soldi per il partito. O meglio: alla festa nazionale del partito, a Torino, era addetto al “coccardaggio“, cioè l’applicazione dell’adesivo sul petto dell’ospite in arrivo. Scrisse anche un libro (Scusate il ritardo) in cui difendeva il suo operato e quello del Pci. Sembrava scomparso, ma un mese e mezzo fa il suo nome è ricomparso al principale evento del Pd regionale: la candidatura di Sergio Chiamparino alla Regione Piemonte, dopo gli scandali che hanno contraddistinto l’ultima parte del mandato del presidente uscente Roberto Cota.

L’ex pm Colombo: “Dopo 22 anni nulla è cambiato”
“Dopo più di vent’anni questi arresti mi lasciano allibito” afferma all’Adnkronos l’ex pm di Mani Pulite, oggi consigliere Rai, Gherardo Colombo. Della “vecchia” inchiesta sul Pci-Pds, Colombo non si occupò direttamente e non interrogò mai Primo Greganti. Più volte però l’ex magistrato ha avuto modo di sentire Frigerio, anche lui coinvolto oggi nell’indagine milanese, come Greganti protagonista di Tangentopoli. “Sembra proprio – dice ancora Colombo – che la corruzione in questo Paese non finisca mai. Certo, la magistratura dovrà accertare quelli che al momento sono solo ipotesi di reato”. Ipotesi che però, se confermate, “danno un brutto polso dello stato di salute di questo Paese. Un Paese dove, dopo 22 anni, nulla è cambiato”. “Gli arresti di oggi – conferma in un tweet un altro ex pm di Mani Pulite – confermano la necessità di una nuova Mani Pulite. Il Parlamento si dissoci da coloro che hanno problemi di giustizia”.