Occhio per occhio, dente per dente”, questo il mantra che riecheggia nel mondo mussulmano all’indomani della morte che lo Stato islamico ha inflitto al pilota giordano catturato un paio di mesi fa durante un’incursione contro il Califfato. Un inno alla vendetta, insomma, che mette a nudo un aspetto profondamente arcaico, barbaro di questa regione. Il desiderio di feroce rappresaglia e la personalizzazione di questa stessa, infatti, non sembra più essere circoscritto ai gruppi armati, ai signori della guerra, alle tribù sunnite vessate dalla guerra civile ma se ne intravedono i contorni anche nella reazione delle élite politiche e di quelle culturali mussulmane alla provocazione dello Stato Islamico. Perché in fondo di questo si tratta: una sfida aperta al Medio Oriente.

La morte di Moaz al-Kassasbeh, il pilota giordano, è particolarmente raccapricciante in quanto il Corano vieta qualsiasi menomazione del corpo e detta regole ben precise riguardo alla sepoltura. I cristiani le conoscono perché vengono descritte nel nuovo testamento riguardo alla sepoltura di Gesù. Il corpo deve essere lavato, asciugato ed avvolto in un lenzuolo, il sudario. Bruciare un mussulmano, dunque, è un atto di sfida soprattutto a questo mondo, e si badi bene non solo alla fetta sciita considerata dai sunniti eretica, ma anche a quella sunnita, di cui la dinastia giordana Hashemita fa parte, che è fedele all’occidente.

Il Medio Oriente è una regione in fiamme e l’immagine di Moaz al-Kassasbeh – membro della tribù giordana che appoggia da sempre la monarchia Hashemita – che arde vivo dentro una gabbia vuole simboleggiare la volontà del nuovo stato, il califfato, di incenerire il vecchio ordine, quello creato dalle forze occidentali nel dopoguerra. E la benzina versata sulla tunica del pilota simboleggia la sete di selvaggia vendetta che arde ormai dovunque. Vendetta contro l’occidente, contro le élite oligarchiche mussulmane ed, a giudicare dalle reazioni nel Medio Oriente, anche contro lo Stato Islamico che apertamente dichiara di voler ridisegnare la mappa di questa regione a favore dei sunniti seguaci del salafismo radicale.

Di fronte alla provocazione dell’Isis anche la Giordania, una nazione che ha dato prova di stabilità politica nei momenti più difficili, ha reagito d’istinto usando la pancia e non il cervello, con la violenza della vendetta. All’alba di mercoledì è stata impiccata Sajida al-Rishawi, la donna irachena condannata per gli attentati del 2005 ad Amman che l’Isis aveva chiesto si scambiare con il giornalista giapponese Goto. E’ stato giustiziato anche un altro prigioniero, Ziad al-Karbouli, combattente di al Qaeda, che era nel braccio della morte dal 2008 per aver pianificano attacchi terroristici contro cittadini giordani in Iraq.

La Giordania, bisogna ricordare, è stata la culla del salafismo radicale, la corrente religiosa a cui si ispira l’Isis. Negli anni Novanta, a seguito della decisione di Amman di riconoscere il diritto di Israele di esistere nel Medio Oriente, è nato Al Tawhid, il gruppo armato da cui deriva lo Stato Islamico. Si tratta dunque di una nazione che da sempre è nel mirino delle varie incarnazioni dell’Isis, da al Tawhid al Jihad di al Zarqawi fino al moderno Stato Islamico. E questo spiega i video che mostrano la gioia dei combattenti dell’Isis di fronte alla cattura del pilota giordano.

La provocazione al mondo mussulmano non è circoscritta alla Giordania, viene raccolta un po’ dovunque anche in Egitto dove dall’università di Al Azhar si levano grida di vendetta. I militanti dello Stato Islamico sono assassini meritano di essere “uccisi, crocifissi o anche di avere i loro arti amputati,” e dunque viene riservato loro un trattamento simile a quello del giovane pilota, volutamente senza rispetto, trattamento vietato dal Corano. Due sono le domande che bisogna porsi: quali gli obiettivi di questa aperta provocazione da parte dell’Isis e quali saranno le politiche degli stati mussulmani che lo Stato Islamico sta sfidando?

E’ chiaro che il Califfato vuole costringere la Giordania ad entrare apertamente nel conflitto, l’uso dell’esercito contro l’Isis in Siria o in Iraq potrebbe destabilizzare la Giordania, spingendola lungo un sentiero ben noto alla Siria. Ed è chiaro che la leadership del Califfato vuole questo, un allargamento del perimetro della guerra civile nel Medio Oriente perché questo è il cibo di cui da sempre si nutre. Sarà difficile per la monarchia giordana evitare di scivolare lungo questa china, la popolazione domanda una rappresaglia armata e non sarà soddisfatta dall’esecuzione di due membri del jihadismo.

Discorso analogo vale per tutto il mondo mussulmano, non sarà facile per le élite non reagire d’istinto per soddisfare le grida di vendetta che il mantra “occhio per occhio dente per dente” porta con se. Nessuna nazione è abbastanza stabile per permettersi di ignorare la rabbia popolare. Ma cadere nella trappola tesa dall’Isis vuol dire rischiare davvero di incenerire tutta la regione.