E’ da quando sono stati fissati i rigidi paletti di Maastricht che siamo portati a pensare che le osservazioni che l’Europa muove agli Stati membri dell’Unione siano basate su dati altrettanto oggettivi e indiscutibili, specie quando si parla di dati macroeconomici. E’ una sorta di riflesso condizionato che ci porta però molto lontani dalla realtà dei fatti. Lo spiegano molto bene Monica Montella e Franco Mostacci, ricercatori Istat e autori di uno studio che propone l’utilizzo di un indicatore sintetico per individuare correttamente gli squilibri macroeconomici degli Stati membri. “Questo monitoraggio – spiegano Montella e Mostacci – è uno degli strumenti di sorveglianza per il coordinamento delle politiche economiche affidati alla Commissione europea in seguito alla crisi finanziaria del 2008″.

Gli squilibri sono tendenze che hanno (o potrebbero avere) effetti negativi sul corretto funzionamento delle varie economie e – se eccessivi – possono mettere a repentaglio l’Unione economica e monetaria. Il meccanismo adottato da Bruxelles si basa su 11 indicatori principali, su 28 indicatori ausiliari e su un fattore nient’affatto scientifico: una forte discrezionalità. “Ogni anno, a novembre, la Commissione europea pubblica una classifica con i valori degli indicatori aggiornati all’anno precedente per ciascuno dei 28 Paesi dell’Unione, la cui analisi si sofferma solo sull’anno considerato”, sottolineano i due autori. Questi numeri vengono presi a riferimento “per individuare gli Stati membri che saranno sottoposti ad analisi più particolareggiate e complete per poi formulare raccomandazioni specifiche per quei Paesi in cui si riscontrano squilibri macroeconomici eccessivi”.

La prima critica che viene formulata a questo metodo è che viene preso in considerazione solo un determinato anno e il set di indicatori non è esaustivo: “Basti considerare l’assenza del tasso d’interesse sul debito pubblico, che condiziona la sostenibilità del debito”. Un’altra critica riguarda la qualità degli indicatori utilizzati, poiché non tutti derivano da statistiche omogenee sottoposte a regolamento comunitario, e il fatto che non vengono presi in considerazione “gli effetti negativi di trasmissione sugli altri Paesi dei guadagni di competitività registrati in alcuni di essi per effetto di condizioni favorevoli o di una legislazione non uniforme”.

I ricercatori Istat propongono di introdurre un indicatore sintetico da usare come strumento aggiuntivo “per controllare se le scelte effettuate dalla Commissione siano coerenti”

Montella e Mostacci, però, mettono soprattutto in evidenza il fatto che le tavole con gli indicatori non si prestano a facili raffronti tra Stati membri: “A parità del numero di violazioni, quale Paese ha una situazione macroeconomica migliore? Come misurare l’intensità dello squilibrio? E’ possibile capire se un Paese sta migliorando o peggiorando la propria situazione di squilibrio?”. Per questo propongono l’utilizzo di un indicatore sintetico da utilizzare come strumento aggiuntivo “per controllare se le scelte effettuate dalla Commissione siano coerenti con una visione generale del Paese”. Il valore medio dell’indicatore, scrivono i due autori, “sintetizza l’ampiezza dello squilibrio e può essere usato per il confronto con gli altri Paesi e per valutarne l’evoluzione nel tempo, oltre che capire quale Paese andrebbe sottoposto ad analisi approfondita”.

E qui emergono le differenze più sostanziali con l’approccio discrezionale finora adottato dalla Commissione europea. Nella relazione di novembre 2014, la Commissione ha ritenuto che siano necessari approfondimenti su 16 Paesi europei (tra cui Romania, Belgio, Bulgaria e Germania che – a giudizio dell’indicatore sintetico – non presentano squilibri macroeconomici) e ha invece promosso a pieni voti Lettonia, Danimarca e Lussemburgo, pur avendo questi Paesi squilibri macroeconomici di un certo rilievo: questa difformità di giudizio – spiegano i ricercatori Istat – può dipendere dal fatto che la Commissione ritiene che non tutti gli squilibri sono dannosi o richiedono interventi correttivi. Tuttavia, questa discrezionalità ha consentito alla Commissione di non sottoporre ad esame approfondito il Lussemburgo (Paese del quale guarda caso è stato premier l’attuale presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker) nonostante nel 2013 presentasse un punteggio crescente rispetto al 2012 e, addirittura, superiore a quello dell’Italia.

“Evidentemente – sottolineano i ricercatori – il primato europeo per il debito del settore privato (422% rispetto al Pil), per i flussi di credito concessi al settore privato (28% del Pil) e per il costo del lavoro per unità di prodotto (+10,5% rispetto a tre anni prima) non sono ritenuti livelli di allerta tali da influenzare negativamente il corretto funzionamento economico dell’Europa”. E concludono: “Se in aggiunta alle analisi della Commissione europea si potesse considerare un indice sintetico di squilibrio macroeconomico, il Lussemburgo dovrebbe essere sottoposto ad analisi approfondita al pari di altri Paesi che sembrano presentare situazioni ben più favorevoli”.