Un contratto di lavoro in una società dove i vertici assicurano di “non averla mai vista in ufficio”. Dove gli amministratori sedevano anche in società in affari con partecipate del Comune di cui lei era assessore. Dove si ritrovano tanti pezzi grossi del centrosinistra. Dopo le primarie taroccate, Raffaella Paita, candidata Pd alle Regionali liguri, si trova di fronte un’altra polemica. Una storia di contratti di lavoro, e contributi per la pensione pagati dagli enti pubblici.

Tutto comincia nel maggio 2007 quando Paita diventa assessore al Comune di La Spezia nella giunta dell’attuale sindaco, Massimo Federici (suo sponsor). Al Comune, che deve pagare i contributi per la pensione, Paita dichiara di essere dipendente della società Sti spa. Vero. Ma Andrea Pesce, allora amministratore della Sti (promettente società poi finita in bancarotta), racconta: “So che Paita era stata assunta, ma non l’ho mai vista al lavoro”. Non solo: negli ambienti della Sti c’è chi fa notare che la società “si occupava di archiviazione dati, un ambito apparentemente estraneo dalle competenze di Paita” (giornalista pubblicista). Non solo: Antonio Desiata (altro amministratore di Sti, mai indagato) sedeva anche in società in affari con partecipate del Comune della Spezia di cui Paita era assessore.

La candidata Pd ai cronisti racconta: “È vero, fui assunta, ma in effetti non andai mai a lavorare. Volevo avere una copertura contributiva perché non sapevo quanto sarebbe durato il mio incarico. Ma dopo pochi mesi, appena ho visto che era destinato a prolungarsi, mi sono dimessa rinunciando ai contributi e dimostrando correttezza. Credo sia un esempio. Secondo me in Regione non c’è un consigliere che non abbia i contributi”. Un trattamento di favore, la segnalazione di qualche potente locale? “Affrontai un regolare colloquio”. Dal sindaco Massimo Federici nessuna critica a Paita, anzi elogi: “Io non l’ho mai segnalata. Cercava lavoro perché il futuro politico non è mai sicuro. Poi dopo un po’ di tempo ha anche rinunciato ai contributi. Lo trovo encomiabile. In Italia di casi come questo, anzi, più rilevanti, ce ne sono stati tanti. Uno ha anche riguardato Renzi”.

Una cosa è certa: “Paita – racconta uno dei massimi dirigenti del centrosinistra spezzino che non vuole essere citato – fino al 2002 era stata capogruppo Pds in Comune. Poi, non volendo candidarsi alle elezioni insieme con il suo compagno (quel Luigi Merlo poi vice-sindaco di La Spezia, quindi assessore di Claudio Burlando in Regione e oggi presidente del Porto di Genova), divenne capo di gabinetto dell’allora sindaco”. Quindi non risultava assunta dal Comune. Nel 2007, con l’arrivo del sindaco Federici ecco il grande salto nella politica. Diventa assessore. Ma, come tanti politici di professione, si presenta forse il problema di avere un contratto di lavoro che, durante il mandato politico, le consenta il versamento dei contributi per la pensione. Niente di illegale, fino a prova contraria.

Paita risulta all’epoca dipendente di Sti spa. Non una società come tante. Sti era una società “rampante”, pronta al grande salto sulla scena nazionale. Vantava clienti di primo piano, come la Carige poi toccata dagli scandali. I soci avevano molte partite aperte a La Spezia. Anche l’acquisto dello Spezia Calcio, poi finito in mano di amici dell’allora onorevole Luigi Grillo (arrestato nel 2014). A scorrere l’elenco delle persone vicine a Sti e alle sue collegate si ritrova il mondo del potere ligure di questi anni.

Hanno occupato cariche in Sti tra gli altri: Gianfranco Tiezzi, assessore al Commercio del Comune di Genova all’epoca di Marta Vincenzi; Paolo Momigliano, manager vicino al centrosinistra che oggi ritroviamo alla presidenza della fondazione Carige; ancora il commercialista Federico Galantini (che già sedeva nella banca Carispe), vicino a Federici e all’assessore regionale alle Attività Produttive, il burlandiano-paitiano Renzo Guccinelli.

Ma ad attirare l’attenzione sono anche le assunzioni e le sponsorizzazioni della Sti e delle società ad essa legate, sempre molto attente al mondo politico. Andrea Pesce – manager acclamato da tutti, spremuto e poi abbandonato al suo destino appena si profilarono i guai – nell’inchiesta sulla bancarotta raccontò di collegamenti con l’Idv ligure (anch’esso travolto da scandali e arresti) e di finanziamenti da parte di un’altra sua società alle campagne elettorali come quella dell’attuale assessore del comune di Savona, Elisa Di Padova. “Non so se mi abbia finanziato”, disse all’epoca Di Padova. Emerse anche l’assunzione della figlia di Nicolò Scialfa (ex vicepresidente Idv della Giunta Burlando, collega di Raffaella Paita, arrestato nell’inchiesta sulle spese pazze in Regione). Ancora: si ricordano le sponsorizzazioni alla squadra di pallavolo Igo Volley (che aveva tra i suoi sponsor anche il gruppo Carige e imprenditori legati al centrosinistra). Il presidente onorario era Roberto Fucigna, ex responsabile dell’ufficio gip del Tribunale di Genova.

Da Il Fatto Quotidiano del 24 gennaio 2015