Tira aria di scissione, nel partito c’è “grande preoccupazione“, ma per ora non ci sarà nessuna iniziativa. È questo il ritornello ripetuto da più deputati e senatori del Partito Democratico al termine della riunione che si è svolta alla Camera. In particolare una buona parte della minoranza guarda con preoccupazione all’accordo tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi sulle riforme. Nelle ultime ore, infatti, sia al Senato che alla Camera il partito si è diviso: si sono sfilati circa 30 sulla legge elettorale e circa 50 sul ddl Riforme. “Il livello di guardia si sta alzando molto – ha detto Davide Zoggia a margine della riunione – l’emendamento Esposito (che segna un deciso passo avanti verso l’approvazione dell’Italicum, ndr) è stata considerata una provocazione, la sensazione è che ormai Berlusconi conti più di una buona parte del Pd: verificheremo se il patto del Nazareno riguardi anche il Colle o qualcosa di più”. Martedì prossimo è previsto un altro incontro tra i due leader di Pd e Forza Italia sulle riforme e sulla partita del Quirinale. 


Video di Irene Buscemi

Erano 140 gli esponenti del Partito Democratico che si sono riuniti nella sala Berlinguer di Montecitorio. L’idea era quella di discutere di riforme e legge elettorale, ma la riunione si è trasformata in un’assemblea delle anime non-renziane del partito. Tra i presenti, oltre a Pier Luigi Bersani, ci sono Rosy Bindi, Gianni Cuperlo, Pippo Civati, Stefano Fassina, Sesa Amici, Francesco Boccia, Miguel Gotor, Corradino Mineo, Nico Stumpo, Cesare Damiano, Francesco Russo. Presente anche il capogruppo Pd alla Camera Roberto Speranza. “Non è una riunione di corrente, è una riunione di partito”, ironizzava Giacomo Portas.

“Renzi lo sa benissimo: c’era una possibile mediazione sull’Italicum e loro non hanno voluto mediare. Ora spetta a lui dire se si può partire dall’unità del Pd – ha risposto Pierluigi Bersani a un giornalista che prima dell’assemblea gli domandava della spaccatura dentro il Pd sulla riforma della legge elettorale – dare del parassita a Corsini, Gotor, Mucchetti, è pericoloso. E’ gente per bene che non chiede niente e va trattata con rispetto. Se viene meno il rispetto, è finita”.

La situazione è fortemente tesa e lo scontro è andato oltre le intenzioni dello stesso Matteo Renzi, che non ha gradito l’epiteto “parassiti” con cui il senatore Esposito ha appellato i membri della minoranza in un’intervista su La Repubblica. Nel tardo pomeriggio Esposito si è scusato, ma il danno era fatto. Da Davos, dove è impegnato per il Forum economico mondiale, il premier ha fatto sapere ai suoi rimasti a Roma di non aver gradito l’uscita del primo firmatario del cosiddetto “supercanguro”. Non arriva per caso, poco dopo le 13, il richiamo di Lorenzo Guerini, fedelissimo del premier: “Il Pd discute anche aspramente, ma sempre con senso di lealtà e di responsabilità. I toni non devono andare oltre misura”.

Per tutto il giorno si sono mossi i pontieri. Un lavorio continuo, tanto da far dire ai renziani di più stretta osservanza che l’unità del partito sul Quirinale resta un obiettivo raggiungibile. Come? Prima di tutto tenendo aperti i contatti con Bersani. Secondo fonti autorevoli del Nazareno, non solo Renzi e l’ex segretario si sono già visti ma “sono in contatto”. Lo stesso Bersani nel tardo pomeriggio ammetteva: “La situazione è in movimento”. Da domani, comunque, il Pd avvia la fase di incontri con gli altri partiti per il Colle. Si parte dal Psi di Riccardo Nencini, alle 9 al Nazareno. Martedì toccherà a Berlusconi. Fino ad allora, giurano i renziani, il segretario/premier non mollerà sull’unità del partito.