No al divieto di espatrio per l’ex cavaliere. È stato confermato, dalla Cassazione, il no a uscire dall’Italia a Silvio Berlusconi in quanto “si trova in espiazione di una pena detentiva, anche se con una modalità che prevede un trattamento extracarcerario”. Così i supremi giudici motivano la sentenza 1610 con cui è stato respinto il ricorso dei legali.

Il 24 luglio scorso era stato il Tribunale amministrativo a decidere Berlusconi non avrebbe avuto un documento d’identità valido per l’espatrio.  L’annotazione ‘documento non valido ai fini dell’espatrio’ sul suo documento d’identità era stata disposta dopo il passaggio in giudicato della sentenza Mediaset e la Questura di Roma aveva agito di conseguenza.

La motivazione era stata chiara: dovendo il condannato espiare un anno di reclusione non aveva titolo ad ottenere il passaporto né lasciare il territorio italiano. “Non è la semplice condanna penale che automaticamente legittima la restrizione – scrivevano nella sentenza i giudici del Tar – bensì una condanna penale non ancora espiata; e la ragione della limitazione non è collegata alla gravità del reato accertato (quando la pena è stata scontata) ma alla necessità per lo Stato di rendere effettiva e agevolmente eseguibile la condanna penale”.

Con questo verdetto, i supremi giudici hanno convalidato l’ordinanza del Tribunale di Milano che lo scorso 25 febbraio, aveva respinto la richiesta di Berlusconi di poter liberamente “recarsi in ogni altro paese dell’Unione Europea senza bisogno di alcuna autorizzazione specifica”, e di “recarsi a Dublino”, nel marzo del 2014 “per il congresso del Ppe”. Rileva la Cassazione che è “incontroverso” che nei confronti di Berlusconi sia stata emessa “una condanna penale” e l’affidamento in prova al servizio sociale non è “una misura alternativa alla pena, ma una pena essa stessa”.

Se l’ex premier ritiene che il divieto di espatrio al quale è soggetto contrasti con le norme comunitarie sulla libertà di movimento dei cittadini dell’Unione Europea, può sollevare la questione con “ricorso amministrativo al ministro per gli Affari esteri o al Tribunale amministrativo regionale”. Secondo i giudici della Cassazione se il leader di Fi non condivide la legge italiana che preclude l’espatrio a chi sta espiando una condanna, “è quella la sede” in cui potrà essere valutata la “compatibilità” tra le diverse norme.