La corsa al ribasso del petrolio non accenna a frenare. E sta spingendo Caracas sull’orlo del crac. Da giovedì scorso il barile è stabilmente sotto i 60 dollari, il prezzo più basso dal 2009. Secondo l’agenzia di rating Moody’s, che ha tagliato il rating del Paese al livello “spazzatura”, se il corso internazionale dovesse stabilizzarsi su questi livelli “il rischio di un default aumenterebbe significativamente”. L’ex colonia spagnola, che può contare sulle riserve di idrocarburi più grandi del mondo, è d’altronde l’anello debole dei Paesi Opec. Il 96% delle sue entrate in valuta estera derivano dall’export di greggio e nei prossimi due anni deve rimborsare agli investitori che hanno in pancia titoli del suo debito pubblico ben 10 miliardi di dollari. Per riuscirci ha bisogno di vendere il proprio oro nero ad almeno 117-120 dollari al barile. Ai corsi attuali, il bilancio dello Stato – proprietario della compagnia petrolifera nazionale Petróleos de Venezuela – non può che finire in rosso. Una situazione che sta già avendo effetti drammatici sull’economia reale. L’inflazione sfiora ormai il 70 per cento e ogni giorno che passa i venezuelani vedono andare in fumo il potere d’acquisto dei loro stipendi. Se a settembre 2013 il panino BigMac di McDonald’s costava 125 bolivares, a novembre di quest’anno è arrivato a 245 bolivares. Tanto che dal 2013 a oggi il presidente Nicolas Maduro ha dovuto aumentare il salario minimo per ben sei volte.

Per frenare le speculazioni illegali, poi, sono state introdotte misure draconiane che limitano gli acquisti. In vista del Natale, per esempio, sarà consentito comprare una sola bicicletta per persona. Chi ha più figli e vuole regalarne una a ognuno d’ora in poi dovrà esibire in negozio i certificati di nascita. Un dettaglio che racconta quanto sia complicata in questo momento la vita nel Paese sudamericano, dove è sempre più difficile procurarsi latte, farina, deodorante, carta igienica, rasoi, farmaci.
Ma il governo ci tiene a mostrare che il Paese è unito e crede nella rivoluzione bolivariana. Di qui campagne come ‘Un giorno di salario per la rivoluzione‘: per tutto il mese di novembre il Partito socialista unito del Venezuela (Psuv) ha invitato i “militanti rivoluzionari a donare in modo volontario un giorno del loro stipendio per migliorare il funzionamento e l’organizzazione del partito e aumentare le risorse economiche per acquistare una nuova sede”. Inoltre nelle tv sudamericane vengono trasmessi spot sul Venezuela in cui si mostrano supermercati pieni di cibo e gente felice, lieta di fare la spesa con il Sistema di controllo biometrico, cioè che costringe a lasciare le proprie impronte digitali. Ma, come racconta a ilfattoquotidiano.it Tinedo Guìa, presidente del Collegio nazionale dei giornalisti venezuelani, “la realtà è un’altra. L’inflazione è galoppante e per acquistare il cibo bisogna fare code enormi. Non si trovano prodotti comuni, come il latte pastorizzato, e questi spot sono una bugia. Infatti non vengono trasmessi sulle nostre tv”. Quanto alla ‘volontarietà’ delle donazioni al partito, Guìa precisa che “le pressioni a donare, soprattutto sui lavoratori pubblici, sono state continue e pesanti”.

Maduro ha subito denunciato che il suo Paese è vittima di un blocco finanziario che gli impedisce di accedere ai crediti internazionali e che ci sono venezuelani di destra implicati in queste manovre contro la patria. E tra i nemici del governo c’è l’ex deputata Maria Corina Machado, accusata in questi giorni dalla Procura di Caracas di aver partecipato a una presunta cospirazione per tentare di uccidere il presidente Maduro, per cui rischia 16 anni di carcere. Il presunto piano golpista è stato denunciato nel maggio scorso dal governo, in base a una serie di email tra l’ex deputata e l’imprenditore Pedro Burelli, che però ha fatto analizzare questa corrispondenza da un’agenzia statunitense di cyber sicurezza secondo cui i messaggi sono stati manipolati e falsificati dalle autorità di Caracas. E proprio sugli oppositori si sta giocando un ulteriore scontro con gli Stati Uniti. Il Congresso Usa ha infatti approvato un disegno di legge, che Obama sembra intenzionato a firmare, con l’obiettivo di sospendere i visti e congelare i beni negli Usa di alcuni funzionari venezuelani, accusati da Washington di violazioni dei diritti umani durante le proteste scoppiate a inizio anno nel paese latinoamericano. Un provvedimento che Maduro e l’Alleanza bolivariana per le Americhe (Alba) hanno giudicato “sorprendente e immorale”, soprattutto dopo quanto emerso sui metodi “vergognosi usati dalla Cia e le pratiche violente della polizia contro gli afroamericani. L’Alba non permetterà l’utilizzo di vecchie pratiche, già usate in altri paesi della regione, volte a favorire il cambio di regime politico”. Insomma, quasi una dichiarazione di guerra.