Durante la gravidanza beveva otto lattine di birra e mezza bottiglia di vodka al giorno. Come conseguenza, la bimba che portava in grembo nacque deforme e tuttora, a sette anni dalla nascita, presenta un ritardo nella crescita, problemi comportamentali e di memoria. Ma quella madre, secondo la corte d’appello britannica, non è stata ritenuta colpevole di un crimine e non dovrà così risarcire il Comune di un piccolo paese nel nord-ovest dell’Inghilterra che si prende cura della bimba dalla sua nascita. Le motivazioni dei giudici sono state semplici e sorprendenti, almeno per tutti quegli attivisti che nel Regno Unito lottano per il diritto alla vita e alla salute dei piccoli non ancora nati. Un crimine è tale solo se commesso nei confronti di una persona, hanno detto in aula. E un feto non è una persona vera e propria, almeno giuridicamente, almeno nel Regno Unito.

La sentenza è così stata ritenuta un precedente importante in vista di tanti altri processi simili in corso o che si preparano nei tribunali. Del resto la difesa lo aveva sottolineato: condannare questa donna avrebbe significato aprire la strada a sentenze punitive nei confronti di donne che magari, durante la gravidanza, mangiano il prosciutto crudo, uova non perfettamente cotte o formaggi pastorizzati, fumano qualche sigaretta e bevono qualche bicchiere di vino. In ballo, esultano ora alcune associazioni femministe, era la libertà di determinazione delle donne. Ma il movimento che difende tutte quelle persone nate con la sindrome alcolica fetale (Fasd in inglese, Fetal Alcohol Spectrum Disorder) ora allarga le braccia e afferma: “In questa sentenza non ha vinto nessuno”.

Continuerà tuttavia a far discutere quel ragionamento incentrato attorno al concetto di “persona”. Anche alcune precedenti sentenze, prima di quella d’appello, lo avevano definito. Un feto, secondo la legge britannica, almeno in questo caso, non è una vera e propria persona. Quindi chi lo rappresenta non può chiedere un risarcimento monetario. Poco importa che la donna bevesse dalle 40 alle 60 unità alcoliche al giorno (quando è noto alla scienza che un consumo superiore alle 7 unità al giorno causa enormi danni a un bimbo in grembo), il suo comportamento non è stato ritenuto criminale e così sarà probabilmente nelle future sentenze nei confronti di altre madri finite sotto processo per lo stesso motivo.

Si calcola che al momento, nel Regno Unito, siano in corso almeno 80 procedimenti per casi simili, in un sistema giudiziario, come quello britannico, dove una sentenza costituisce quasi sempre un precedente di cui tenere conto, che insomma “fa legge”, come si dice in gergo legale. Da oggi quindi le donne britanniche sono più libere di fare quello che vogliono durante la gravidanza, il loro status legale non è stato compromesso. Rimane da capire che cosa pensino di esse, o che cosa penseranno in futuro, tutti quei bambini (si stima oltre 200) che ogni anno nel regno di sua maestà nascono con disturbi da sindrome alcolica fetale.