Roma Pride, il corteo della Capitale per i diritti: “La Repubblica è di chi la abita”. E su Vannacci: “Non è folklore, ma un problema culturale che riguarda tutti”
Il Roma Pride torna oggi, 20 giugno, a colorare le strade della Capitale con migliaia di persone con un messaggio che guarda direttamente alla politica e al clima culturale del Paese. A ottant’anni dalla nascita della Repubblica italiana, il corteo romano sceglie come slogan “La Repubblica è di chi la abita”, una rivendicazione che lega le battaglie della comunità LGBTQIA+ ai principi costituzionali di uguaglianza, dignità e autodeterminazione. Un Pride che arriva in un contesto segnato dall’avanzata delle destre in Europa e dagli attacchi ai diritti civili, con un’attenzione particolare alle persone trans e non binarie. “Abbiamo scelto uno slogan molto significativo perché la Repubblica è anche nostra”, spiega a ilfattoquotidiano.it Mario Colamarino, portavoce del Roma Pride e presidente del Circolo Mario Mieli. “I principi sanciti dalla Costituzione, dalla dignità all’uguaglianza passando per il lavoro, per noi non sono ancora pienamente rispettati. Le istituzioni e la politica troppo spesso ci ignorano o ci discriminano. Per questo saremo in piazza: per ribadire che esistiamo e che questa lotta la portiamo avanti ogni giorno con i nostri corpi e il nostro impegno”.
Il manifesto politico della manifestazione richiama esplicitamente le radici antifasciste della Costituzione e denuncia quello che gli organizzatori definiscono un arretramento sul terreno dei diritti civili. Nel documento vengono citati il mancato riconoscimento delle famiglie omogenitoriali, l’assenza di nuove tutele contro le discriminazioni e le difficoltà incontrate dalle persone trans e non binarie. “La Repubblica non è un’identità chiusa– si legge nel testo – ma uno spazio vissuto quotidianamente da chi lavora, ama, studia, migra, cresce figli e si prende cura degli altri. I diritti non si concedono, si riconoscono”. Uno dei bersagli principali delle critiche del Roma Pride è Roberto Vannacci, ormai presenza fissa nel dibattito pubblico e in costante crescita nei sondaggi. “Vannacci continua a fare dell’odio verso la comunità LGBT uno dei suoi cavalli di battaglia e questo è vergognoso”, afferma Colamarino. “Non possiamo liquidare le sue dichiarazioni come battute o provocazioni. È un problema culturale che riguarda tutti. Lui parla a una parte del Paese che è stanca e abituata a questo linguaggio. Questo mi spaventa”. Per il presidente del Mario Mieli, il generale rappresenta una sfida che il campo progressista non può permettersi di sottovalutare. “Spero che il centrosinistra trovi il coraggio di mettere finalmente le nostre istanze al centro della propria proposta politica. Vannacci è già accreditato intorno al 5-6%, sarà determinante negli equilibri della destra. Una persona che parla di remigrazione, che significa deportazione, non può essere trattata come una figura folkloristica. In un Paese normale chi sostiene che gli omosessuali siano sbagliati non dovrebbe essere preso in considerazione. Invece gli si concede spazio e consenso. Il rischio è che continui a crescere. Per contrastarlo dobbiamo fare una battaglia culturale, smontare le sue bufale e continuare a essere noi stessi senza arretrare di un millimetro”.
Parole condivise anche dalle tre “amiche del Roma Pride” scelte per l’edizione 2026: Francesca Michielin, Margherita Vicario e Levante. Le artiste, durante la conferenza stampa, hanno risposto alle dichiarazioni del generale. “Le cose che dice non hanno nessuna base nei dati reali”, ha affermato Michielin. “Si basano sull’ignoranza delle persone. Non esiste l’invasione di cui parla. Anzi, il nostro Paese invecchia e ha bisogno dell’immigrazione. Sono tutte stronzate, non trovo un altro termine. La cantante ha poi rivendicato il ruolo pubblico dell’arte: “Ogni volta che prendi un microfono in mano hai una responsabilità. Noi abbiamo un privilegio e dobbiamo usarlo per creare spazi e non per alimentare paura. Vicario ha invitato a non sottovalutare il fenomeno: “Pur pensando che siano idiozie, non credo basti liquidarle come tali. Sono pensieri molto violenti che fanno presa su una parte della popolazione stanca e impoverita. Se continuiamo a sottovalutare questo terremoto che sta arrivando rischiamo di fare un errore enorme. Levante ha invece posto l’accento sul rapporto tra grandi città e territori periferici: “A Milano mi sento libera, poi però scopriamo che la violenza esiste ovunque. È come se una certa educazione non fosse arrivata in provincia. Per questo il Pride deve uscire dai luoghi che percepiamo come sicuri e raggiungere anche quei territori. Quando ci dicono che sembra un carnevale, rispondo che deve esserlo: deve rompere gli schemi e infastidire chi non accetta la libertà degli altri”.
Alla vigilia della manifestazione si è inoltre sbloccata la vicenda che aveva coinvolto l’associazione ebraica LGBTQIA+ Keshet. Dopo settimane di polemiche e tensioni legate alla partecipazione al corteo, è stato trovato un accordo grazie anche alla mediazione del Comune di Roma. “Abbiamo avuto interlocuzioni importanti con Keshet e siamo riusciti a trovare un punto di incontro”, spiega Colamarino. “La questione riguardava la partecipazione con un carro, perché il documento politico del Roma Pride, compresa la presa di posizione sul genocidio a Gaza, rappresenta una piattaforma condivisa da chi sfila con un carro. Si è quindi individuata una modalità diversa di partecipazione e Keshet sarà presente nella parata con uno spezzone a piedi. In queste settimane ci sono state molte discussioni e anche diverse strumentalizzazioni, ma il fatto di esserci parlati e di aver avviato un percorso che possa proseguire nel tempo è un risultato positivo”. Dopo settimane di discussioni, polemiche e prese di posizione, la parola passa ora alla piazza. Migliaia di persone attraverseranno il centro di Roma dietro lo striscione con lo slogan scelto per questa edizione: “La Repubblica è di chi la abita”.