Mentre la Cassa depositi e prestiti si offre di rinegoziare i debiti degli enti locali, che potranno allungare la scadenza della propria esposizione fino al 2044, un emendamento del Pd alla legge di Stabilità chiede che anche il Tesoro scenda in campo per dare una mano a sindaci e presidenti di provincia con problemi di liquidità. Ma, manco a dirlo, sempre a braccetto con Cdp, cioè il gruppo che gestisce gli oltre 200 miliardi di risparmio postale degli italiani. Sul primo fronte, la Cassa presieduta da Franco Bassanini ha appena “reso nota la propria disponibilità alla rinegoziazione di prestiti concessi in favore di Comuni e Province”. Vale a dire che mette a disposizione fino a 2 miliardi di euro per gli enti che hanno acceso con l’ente un mutuo il cui piano di ammortamento scada dopo il 2018 e ora vogliono estendere il periodo di rimborso, alleggerendo così le singole rate. Sono esclusi solo gli enti “commissariati per inquinamento mafioso” e quelli morosi o in dissesto. Per tutti gli altri l’unico paletto è che dovranno utilizzare i risparmi ottenuti per coprire spese di investimento o “ridurre il debito in essere”. Per aderire c’è tempo fino al 26 novembre, e entro fine anno saranno perfezionati i contratti. La platea di prestiti potenzialmente interessati ammonta a 15,5 miliardi di euro, comunica Cdp. La cui nuova operazione va ad aggiungersi a quella varata a fine luglio, quando sono stati stanziati altri 10 miliardi per aiutare gli enti pubblici a saldare quanto dovuto ai fornitori di beni e servizi nell’ambito del travagliato piano del governo sul pagamento dei debiti della pubblica amministrazione.

Intanto tra i 627 emendamenti “segnalati” dal gruppo Pd in commissione Bilancio alla Camera ne spunta uno a prima firma Maino Marchi che prevede l’istituzione presso il ministero dell’Economia di un fondo da 200 milioni di euro l’anno dal 2015 al 2024 (in tutto, dunque, quasi 2 miliardi) “per assicurare la liquidità per il ripiano del disavanzo determinato dal passaggio al nuovo sistema contabile”. Un passo indietro: l’anno prossimo debutterà il nuovo Fondo crediti di dubbia esigibilità, strumento previsto dalla riforma della contabilità degli enti locali che impone di “congelare” risorse in misura proporzionale al tasso di mancata riscossione degli ultimi 5 anni. I sindaci lamentano che questo peserà sulla loro capacità di fare investimenti e di garantire i servizi ai cittadini. Da qui l’idea di Marchi: il Tesoro dovrebbe sottoscrivere una convenzione con Cdp e creare presso la Tesoreria centrale dello Stato un fondo “su cui la Cassa depositi e prestiti Spa è autorizzata ad effettuare operazioni di prelevamento e versamento”. Gli enti locali che dopo la partenza del fondo crediti di dubbia esigibilità registreranno un disavanzo potranno chiedere alla Cdp un’anticipazione di liquidità, che sarà poi “restituita, in quote costanti, senza applicazione di interessi, in periodo pari a quello necessario per il recupero del disavanzo”. “Le restituzioni – si legge nella proposta di modifica di Marchi – sono versate annualmente dalla Cassa depositi e prestiti all’entrata del bilancio dello Stato”. Se il Comune o la Provincia non paga, interverrà l’Agenzia delle entrate, che potrà trattenere il dovuto nel momento in cui versa nelle loro casse l’Imu o, per le province, la quota dell’imposta sull’Rc auto.