Una recessione peggiore rispetto a quanto previsto dal governo e, di conseguenza, un rapporto deficit/pil un po’ più alto rispetto a quello previsto nella legge di Stabilità. Ma soprattutto un verdetto che non lascia scampo sul fronte del pareggio strutturale di bilancio, che l’esecutivo di Matteo Renzi, peraltro, con la nota di Aggiornamento al Documento di economia e finanza ha già rinviato rispetto alla scadenza iniziale invocando “circostanze eccezionali”. La Commissione europa, nelle sue previsioni d’autunno diffuse martedì, scrive che i conti non tornano. Anzi, le tabelle dell’esecutivo comunitario indicano un andamento contrario alle attese di Roma: il disavanzo strutturale (in pratica l’eccedenza delle uscite sulle entrate) anziché ridursi aumenterà, dallo 0,9% di quest’anno fino all’1% previsto per il 2016. Un andamento che sfocerà, con tutta probabilità, nella richiesta al Paese di maggiori sforzi per rispettare le promesse fatte.

Le tabelle indicano un andamento contrario alle attese di Roma: il disavanzo strutturale anziché ridursi aumenta

Le previsioni d’autunno, va ricordato, sono infatti cruciali per la valutazione approfondita delle manovre nazionali che l’esecutivo comunitario farà entro la fine del mese, inviando poi a ogni Paese un parere e una serie di raccomandazioni specifiche. E pochi giorni fa il “falco” Jyrki Katainen, ex commissario agli Affari economici e appena insediato nel ruolo di vicepresidente con la supervisione su Crescita, investimenti e occupazione, ha detto chiaramente che il via libera preventivo alla legge di Stabilità italiana non esclude la richiesta di “ulteriori misure o correzioni” per rispettare gli obblighi del Patto di stabilità. “Dopo queste previsioni arriveranno i pareri sui progetti di bilanci nazionali”, ha ricordato Katainen in conferenza stampa, e si potrà “verificare se gli sforzi di aggiustamento sono sufficienti, se la spinta di riforma è adeguata”.

Tornando ai dati, l’esecutivo Ue ha tagliato a -0,4% la stima sull’andamento del prodotto interno lordo italiano quest’anno, contro il -0,3% prefigurato dal Tesoro e dall’Istat e l’evidentemente inarrivabile +0,6% delle stime europee di maggio. Bruxelles prevede invece una “tiepida ripresa” nel 2015: pil a +0,6% (stima, questa, identica a quella dell’esecutivo) grazie alla “accelerazione della domanda esterna”. Dati così deboli, naturalmente, influenzano tutti i rapporti di finanza pubblica, che si calcolano proprio in rapporto al pil. E’ per questo, dunque, che la Commissione ha rivisto al rialzo il deficit, previsto per quest’anno in salita al 3% del pil. In questo caso nessuna brutta sorpresa per l’esecutivo, ma un netto peggioramento rispetto alle stime precedenti, che lo davano al 2,6 per cento. In compenso il valore scenderà a 2,7% nel 2015 “dopo aver incorporato la legge di Stabilità e le misure addizionali annunciate il 27 ottobre”, oltre che “il calo della spesa per interessi”. Si tratta comunque dello 0,1 per cento in più rispetto ai calcoli del ministero dell’Economia, comprensivi dello “sforzo aggiuntivo” dello 0,3% del pil, pari a 4,8 miliardi complessivi, annunciato dopo la presentazione della legge di Stabilità proprio per “accontentare”, almeno in parte, l’Europa.

Katainen: “La regola del debito è importante quanto quella del deficit”

Il debito, invece, “nel 2013 grazie al nuovo metodo di calcolo (il sistema di contabilità pubblica Esa 2010, ndr) è sceso a 127,9%” del pil, ma “il surplus primario è ancora insufficiente a tagliarne la crescita nel 2014, a causa del pil piatto e dei pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione”. Di conseguenza quest’anno il fardello salirà al 132,2% del pil per raggiungere il picco del 133,8% nel 2015. Valore peraltro già registrato, secondo l’Eurostat, nel secondo trimestre 2014. Katainen, rispondendo a una domanda sull’aggiustamento previsto dall’Italia e sulla sua adeguatezza per rispettare la regola del debito prevista dal Fiscal compact, ha detto che “debiti elevati non garantiscono la crescita” e per questo “è molto importante rispettare la regola del debito, importante quanto quella del deficit”. Più chiaro di così.

Il tasso di disoccupazione in Italia si attesterà poi al 12,6% nel 2014, rimarrà stabile al 12,6% nel 2015 e scenderà lievemente al 12,4% nel 2016. Le precedenti stime di maggio indicavano un tasso di disoccupazione al 12,8% nel 2014 e al 12,5% nel 2015.

Allargando lo sguardo all’Eurozona, secondo la Commissione la crescita dell’area, dopo il -0,5% del 2013, tornerà in positivo, con un progresso dello 0,8% nel 2014, dell’1,1% nel 2015 e dell’1,7% nel 2016. Secondo l’appena insediato commissario europeo per gli Affari economici, Pierre Moscovici, “la domanda interna sarà il motore della crescita nei prossimi due anni” grazie anche a “condizioni del credito che saranno più favorevoli”, ma è “indispensabile” anche puntare sugli investimenti pubblici e privati. Come anticipato dai segnali negativi arrivati nelle ultime settimane, rallenta però il ritmo della “locomotiva” tedesca: il pil della Germania salirà solo dell’1,3% nel 2014, per poi scendere all’1,1% nel 2015. L’anno successivo riprenderà però a marciare, segnando un incremento dell’1,8%. L’economia tedesca, spiega la Commissione, “è attesa in sostanziale stagnazione nella seconda metà di quest’anno, ma la crescita economica dovrebbe gradualmente riprendere con il sostegno di un robusto mercato del lavoro, condizioni favorevoli per il finanziamento e una domanda esterna in miglioramento”. Pessime le previsioni per la Francia, con un deficit che si attesterà al 4,4% del pil nel 2014, al 4,5% nel 2015 e al 4,7% nel 2016. Ben oltre il tetto europeo del 3 per cento, come anticipato dal governo di Francois Hollande. E anche il deficit strutturale di Parigi andrà fuori controllo, salendo fino al 3,4% nel 2016. Katainen ha sottolineato che “la crescita del Pil globale è minore delle attese” e quindi anche “la crescita dell’Europa è stata rivista al ribasso”, ma “ci sono alcuni fattori specifici dell’Unione europea che contribuiscono alla debolezza dell’Ue e della zona euro”. In particolare gli usuali “problemi strutturali ben noti”, tra i quali “eccesso di debito, sia pubblico che privato, e l’agenda di riforme non completata in alcuni Paesi”.