Da quanto si è saputo finora la parola “trattativa” non è stata mai pronunciata, né dai pm né dai legali. Tantomeno dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il primo capo dello Stato che nella storia repubblicana è stato sentito come testimone in un processo. In questo caso si tratta del dibattimento davanti alla Corte d’assise di Palermo sulla trattativa tra Stato e mafia. In attesa che la deposizione di Napolitano – avvenuta nella sala del Bronzino al Quirinale e durata oltre tre ore – venga trascritta per intero (il Colle auspica una “trascrizione veloce” per poterla rendere pubblica) gli elementi principali sono due. Il primo: delle stragi mafiose del 1993 il presidente ha avuto un ricordo chiaro. Rammentando le fibrillazioni istituzionali di quel periodo, il “rischio golpe” di cui gli parlò l’allora presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi, e – passaggio che i pm ritengono importante – la sensazione che si ebbe: cioè che l’ala oltranzista di Cosa nostra stesse perseguendo una strategia volta a dare un aut aut allo Stato. “Un sussulto della fazione oltranzista di Cosa nostra con la funzione di dare aut aut ai pubblici poteri o fare pressioni di tipo destabilizzante” ha detto il presidente secondo le agenzie. Aspetto sottolineato da Nino Di Matteo a Servizio Pubblico: “In una domanda noi abbiamo utilizzato proprio il termine ‘ricatto di Cosa Nostra’ nei confronti delle istituzioni – ha spiegato – e il teste ha confermato che quella era l’immediata percezione”.

Il secondo aspetto. La Procura di Palermo ha posto domande sui cosiddetti “indicibili accordi” citati nella lettera con cui l’ex consigliere giuridico del presidente, a giugno del 2012, rassegnò le dimissioni in seguito alla diffusione delle sue intercettazioni con l’ex ministro Nicola Mancino. “Sa a cosa si riferiva D’Ambrosio, le parlò mai dell’argomento?”, gli ha chiesto il procuratore aggiunto Vittorio Teresi che, nella criptica espressione “indicibili accordi”, vede una possibile allusione alla trattativa. Il presidente della Repubblica, secondo quanto scrive l’Ansa, è stato secco: “Non me ne parlò. Non discutevamo del passato. Guardavamo al futuro”. Una versione che però non è aderente al racconto di chi sicuramente era presente all’udienza “particolare”, cioè il legale del Comune di Palermo che nel processo si è costituito parte civile. “In merito alla lettera di D’Ambrosio – ha riferito l’avvocato Giovanni Airò Farulla – Napolitano ha detto che ha avuto un colloquio con l’allora consigliere giuridico, ma ha ritenuto opportuno mantenere la riservatezza come per tutti gli incontri con i suoi collaboratori”. “Molte volte si è avvalso della facoltà di non rispondere”, ha detto l’avvocato ai cronisti fuori dal Quirinale, “molte volte ha risposto con dei ‘non ricordo’, e a molte altre  domande ha invece risposto”.

Il nodo è la lettera di dimissioni di D’Ambrosio del giugno 2012in cui il consigliere giuridico del Quirinale manifesta, sul periodo ’93-’93, il “vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. Napolitano respinse le dimissioni di D’Ambrosio, ma parlò mai con lui di quel pesantissimo riferimento? “Napolitano ha affermato di non averne più parlato”, racconta ancora l’avvocato Airò. Napolitano avrebbe anche descritto alla corte lo stato di esasperazione dell’ex consigliere giuridico, scosso perché vedeva messa in dubbio la sua lealtà di servitore dello Stato, dopo gli articoli e le inchieste seguiti alla pubblicazione delle sue intercettazioni con Mancino.

Poi di nuovo la smentita di avere appreso da D’Ambrosio riferimenti ad accordi più o meno oscuri. “Se le sue fossero state più che ipotesi – ha risposto Napolitano secondo le agenzie di stampa – sarebbe andato a riferirne alla magistratura”. Ma i pm sono andati oltre, toccando il 1993, un anno fondamentale per l’impianto accusatorio. L’anno in cui, per la procura, le bombe portarono lo Stato alla capitolazione culminata nelle revoche di oltre 300 provvedimenti di 41 bis per i capimafia. Napolitano avrebbe ricostruito tutto il periodo partendo dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, ricordando che mai le forze politiche si divisero sulla esigenza di dare un segnale al “nemico mafioso” anche attraverso la normativa sul carcere duro che era in via di conversione.

Chi ha assistito alla deposizione del presidente parla di un Napolitano disteso, collaborativo, pronto a rispondere a tutte le domande: in alcuni casi ha anche voluto rispondere nonostante i giudici avessero ritenuto inammissibili i quesiti posti.  Il presidente Napolitano “ha risposto alle domande senza opporre limiti di riservatezza connessi alle sue prerogative costituzionali né obiezioni riguardo alla stretta pertinenza ai capitoli di prova ammessi dalla Corte stessa”, precisa invece il Colle in una nota. A prendere la parola per primo è stato il procuratore di Palermo Leonardo Agueci. Una presenza quella del capo dei pm decisa – scrivono le agenzie di stampa – dopo alcuni scontri interni: alcuni dei magistrati del pool hanno fino all’ultimo ripetuto di non volerlo al Colle per non dare l’impressione di essere commissariati. “Sono qui per rispetto al presidente, all’atto che sta per compiere e alla verità che stiamo cercando”, ha detto Agueci che, al termine dell’udienza, si è detto soddisfatto della collaborazione ricevuta e certo dell’utilità della deposizione.

Quanto all’allarme del Sismi su un rischio di attentati a lui e Spadolini – argomento recentemente entrato nel processo – a Napolitano venne comunicato. “Parisi me lo disse – avrebbe risposto – invitandomi alla cautela”: ma il capo dello Stato, che aveva l’esperienza degli anni del terrorismo, avrebbe accolto la notizia con imperturbabilità rifiutando anche il potenziamento della scorta. Dopo i pm è toccato al difensore di parte civile del Comune di Palermo e ai legali di Nicola Mancino e, in ultimo, del boss Totò Riina, Luca Cianferoni. “Ha potuto consultare carte – ha commentato il penalista – A un teste qualunque non è consentito”.

Versioni diverse: il Colle auspica trascrizione veloce della registrazione
Le versioni diverse sulla deposizione di Napolitano hanno spinto il Quirinale a diramare una nota con cui “auspica che la cancelleria della Corte assicuri al più presto la trascrizione della registrazione per l’acquisizione agli atti del processo”. Obiettivo? Dare “tempestivamente notizia agli organi di informazione e all’opinione pubblica delle domande rivolte al teste e delle risposte rese dal Capo dello Stato” si legge nella nota. Alla domanda sui colloqui con D’Ambrosio il presidente ha risposto che avrebbe voluto essere trasparente, ma che l’ordinanza della Corte d’Assise di Palermo che regolamenta la sua testimonianza sottolinea il diritto alla totale riservatezza del capo dello Stato sui fatti relativi alla propria funzione.

Napolitano: “Mai turbato dalle notizie sul presunto attentato nel 1993”
Napolitano ha detto di non essere stato mai “minimamente turbato” delle notizie su presunti attentati alla sua persona nel 1993 “perché faceva parte del suo ruolo istituzionale”, ha spiegato l’avvocato Nicoletta Piergentili della difesa di Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno (di cui comunque non si sarebbe mai parlato durante la deposizione). “Chi riveste un ruolo istituzionale non può mostrare paura o farsi intimidire. Parisi – avrebbe detto Napolitano – mi disse di continuare a fare la mia solita vita e quindi avevo percepito che c’era un allerta ma non importante”. Napolitano ha detto di “non aver mai saputo di accordi” tra apparati dello Stato e Cosa nostra per fermare le stragi, ha sottolineato Airò Farulla, avvocato del Comune di Palermo.

“La strage di Capaci talmente forte da far trovare accordo su elezione Scalfaro”
Secondo Napolitano la strage di Capaci fu un fatto talmente forte da essere da stimolo a trovare un accordo politico sulla nomina di Oscar Luigi Scalfaro a capo dello Stato. E questo è anche quello che dice la storia ufficiale. Il riferimento è ovviamente all’attentato contro il giudice Giovanni Falcone del 23 maggio 1992, mentre le Camere riunite votavano per il nuovo presidente della Repubblica.

“La strage di via D’Amelio accelerò conversione decreto che introduceva 41bis”
La strage di via D’Amelio accelerò la conversione del decreto legge dell’8 giugno 1992 che introduceva il carcere duro per i mafiosi, ha detto Napolitano durante la sua deposizione. Per il capo dello Stato “si doveva dare un segnale al nemico mafioso“. Napolitano, precisando che all’epoca era presidente della Camera e quindi non entrava nel merito dei provvedimenti legislativi, ha sostenuto che i diversi gruppi politici non ebbero dubbi sulla necessità di una linea di intransigenza nella lotta alla mafia, compresa l’adozione del 41 bis. Il capo dello Stato ha anche detto di non ricordare contrapposizioni politiche sul carcere duro.

I pm fanno domande, Napolitano risponde: “Pensate che sia Pico della Mirandola?”
Napolitano ha spesso usato l’ironia durante la sua testimonianza. Al sostituto procuratore Di Matteo per esempio ha fatto notare, quando si parlava di una nota a firma di Gianni De Gennaro “ci stiamo allontanando di molti chilometri dall’alveo originale della mia testimonianza e si presume che abbia una memoria da fare invidia a Pico della Mirandola“. O ancora allo stesso Di Matteo il capo dello Stato ha fatto notare con un rigoroso “si sbaglia” che all’epoca delle stragi Loris D’Ambrosio era al fianco di Giovanni Falcone e non suo consigliere giuridico.

Procuratore Teresi: “Da Presidente contributo per verità”
“Il presidente ci ha dato un importante contributo per la ricerca della verità. Siamo molto, molto soddisfatti”. Per il procuratore aggiunto di Palermo, Vittorio Teresi, l’udienza in “trasferta” del processo per la trattativa Stato-mafia è stata un successo. “Abbiamo incassato un risultato straordinario dal punto di vista processuale – ha detto Teresi – perché Napolitano ha detto che subito dopo le stragi di Roma, Firenze e Milano del ’93 tutte le più alte istituzioni hanno capito che era la prosecuzione del piano stragista di Cosa nostra, che tendeva a ottenere un aut aut – ha continuato il procuratore aggiunto – O si ottenevano benefici di natura penitenziaria per l’organizzazione o ci sarebbero state finalità destabilizzanti. Questo per noi è il cuore del processo. E questo è arrivato dalla viva voce del Capo dello Stato”. 

Avvocato Riina: “Presidente un po’ difeso dalla Corte”
“Napolitano durante l’udienza è stato un po’ ‘difeso‘ dalla Corte”. Parola del legale di Totò Riina, Luca Cianferoni, secondo cui “il dibattimento è stato gestito in maniera molto cauta. L’udienza – ha detto – a mio avviso è stata interessante al 51 per cento”. Il presidente, ha riferito ancora Cianferoni, “ha difeso la memoria di Loris D’Ambrosio. La mia idea? Se resta viva un po’ di gente – ha rimarcato il legale del superboss di Cosa nostra – questa vicenda del ’93 alla fine darà molte sorprese…”. Nel frattempo, i legali di Nicola Mancino hanno presentato una eccezione di nullità del processo: “E’ stato inibito l’ingresso, è stata preclusa la partecipazione degli imputati, che mai in nessun caso deve essere impedita, costituzionalmente parlando” ha dichiarato uno degli avvocati di Mancino, Massimo Krogh, secondo cui l’eccezione di nullità “è una mina vagante che c’è in questo processo e che potrebbe esplodere alla fine se il processo andasse male per gli imputati“.

Piazzale del Quirinale assediato da cronisti per la deposizione del capo dello Stato
Dalle 8 il piazzale davanti al Quirinale era stato presidiato da cronisti e fotografi in attesa di catturare voci e scatti del pool dei pm. I componenti della Corte e i pm sono entrati nel palazzo pochi minuti prima delle 10, utilizzando l’ingresso laterale. Gli avvocati difensori degli imputati e i legali delle sette parti civile invece hanno utilizzato l’ingresso principale. All’udienza hanno preso parte circa 40 persone: i giudici, la cancelliera, cinque pubblici ministeri e gli avvocati delle parti civili e degli imputati, questi ultimi non ammessi dalla Corte a partecipare direttamente o in video conferenza alla testimonianza di Napolitano. Telefoni cellulari, tablet, computer e ogni altro strumento di registrazione sono rimasti fuori dalla porta.