Sfugge il perché della cifra, ma sono sempre ottanta. Silvio preferiva i multipli di dieci: un milione di posti di lavoro, mille euro a chi fa un bambino, eccetera eccetera. Matteo si concentra sulla tabellina dell’otto: ottanta euro di qui, ottanta euro di là, e pare che il ministro Padoan si adegui (ottocentomila posti di lavoro). Probabile che sia una di quelle trovate dei guru della comunicazione: “Ottanta euro” è ormai entrato nelle orecchie, nelle menti, nei cuori e in parecchi bilanci familiari e tanto vale farne un brand. Avvertenza importante, qui non si fa facile snobismo: 80 euro sono 80 euro, in un anno fanno 960, che non bastano certo per invogliare a fare un bambino, ma che possono alleggerire un po’ la vita a chi già lo sta facendo. Questo per dire che non metteremo qui in dubbio la contadinissima e saggia teoria delle nostre nonne: se qualcuno ti regala dei soldi, tu prendili.

Ora si tratta di capire cosa si cede in cambio di ottanta euro, siano quelli della “più grande riduzione fiscale” nella storia della galassia, siano quelli del bonus bebè, siano quelli prossimi venturi (ottanta euro a chi non si tinge i capelli, a chi smette di fumare, a chi sa cambiare una gomma alla macchina, eccetera). La sensazione è che si richieda, in cambio di quei soldi, una soddisfatta rinuncia a soluzioni strutturali. Per dire: in un paese dove ci sono un milione e 400 mila bambini in situazione di povertà assoluta, consegnare dei soldi a chi fa un bambino, anche se ha un reddito che sfiora i 90.000 euro annui, fa un po’ impressione. Così come avrebbe dovuto fare un po’ impressione il regalo di altrisoldi (80 euro) a chi guadagna dagli otto ai venticinque mila euro l’anno, senza darli a chi ne guadagna addirittura meno.

Ma questo è un punto economico. C’è invece anche un punto politico che vale la pena di esplorare. Se diventa una prassi quella di sganciare un po’ di soldi “a tema” anziché affrontare seriamente le carenze strutturali del welfare, la strada che si segue è quella di un potere lievemente medievale. Il signore dà al contado, se e quando gli va, se e quando ne ha voglia. Il contado applaude. Il signore decide chi premiare, con un occhio di riguardo per il suo elettorato o quello che potrebbe diventarlo. La situazione somiglia a quella dei camerieri nei ristoranti americani, quelli che quando vi portano il conto ci disegnano sopra faccine sorridenti, auguri al cliente, tenerissime frasi di sopraffina gentilezza. Lavorano senza contratto e con stipendi miserrimi e il loro guadagno viene dalle mance, cioè dal buon cuore di chi si è seduto a mangiare. Lo scambio di un diritto (contratto, stipendio decente, assistenza, welfare) per un po’ di contante è reso affascinante dalla crisi corrente e da una certa – abilmente costruita – diffidenza nei confronti dei diritti. Cioè: se si fa strada l’impressione che i diritti acquisiti si possono cancellare con un decreto legge, una delega in bianco, un voto di fiducia, significa che non sono così granitici e sicuri. Meglio ottanta euro subito piuttosto di certe garanzie che possono sparire da un momento all’altro. Si tratta, diciamo così, di un welfare-beneficenza al posto di un welfare-equità. La differenza è piuttosto evidente, ma mai evidente come mettersi in tasca 80 euro. Il che stravolge alcuni famosi proverbi. Sarà che è meglio un uovo oggi che una gallina domani, ma qui si va oltre. Si uccide la gallina oggi per avere un uovo oggi. E domani? Si vedrà: al buon cuore di chi lascia la mancia.

Il Fatto Quotidiano, 22 ottobre 2014