Onu-Commissariato-Diritti-UmaniAll’indomani dell’Aid El-Kebir trovo finalmente, malgrado il caldo opprimente in cui siamo immersi in questi giorni da queste parti, la calma ed il tempo necessari per parlarvi di quanto è avvenuto alla ventisettesima sessione del Consiglio dei diritti umani dell’Onu, conclusasi pochi giorni fa.

Visto il mondo in crescente ebollizione in cui viviamo, non potevano essere pochi i soggetti incandescenti sulla quale gli Stati membri hanno dovuto confrontarsi, dagli abusi fondati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere al deterioramento della situazione dei diritti umani ed umanitaria in Siria, Iraq, Yemen e Repubblica Centrafricana, dallo spazio della società civile nel mondo, al rispetto dei diritti umani nel quadro della risposta all’ebola, all’impatto del debito sui diritti umani.

Il Consiglio dei diritti umani è l’organismo delle Nazioni Unite istituito nel 2006 in sostituzione dell’antica Commissione dei diritti umani, che venne messa in soffitta dopo decenni di impietose critiche sulla sua mancanza di efficacia pratica e sulla politicizzazione dei lavori a scapito dei diritti umani. Composto da 47 Stati membri (eletti per tre anni nel rispetto delle regole di distribuzione dei seggi tra i vari gruppi geografici a cui appartengono i 192 Stati membri dell’Onu) tenuti ad osservare i più elevati standards di rispetto dei diritti umani (condizione problematica per un po’ tutti quanti al giorno d’oggi), il Consiglio dei diritti umani ha il mandato di promuovere e proteggere i diritti umani nel mondo.

A partire dalla vasta sala in cui i suoi membri si riuniscono in sessione, presso il Palazzo delle Nazioni a Ginevra (il cui solo soffitto, decorato dall’artista spagnolo Miquel Barceló, è nel frattempo costato ai contribuenti internazionali – soprattutto spagnoli per magra fortuna nostra – 23 milioni di dollari), il Consiglio ha il potere di intervenire con le sue risoluzioni su qualsivoglia tema o zona geografica che presenti problematicità legate al rispetto dei diritti umani.

Al fine di rendere il Consiglio più efficace, più equo e possibilmente meno criticabile della defunta Commissione, il suo arsenale di strumenti di osservazione e protezione dei diritti umani è stato potenziato, rispetto al passato, soprattutto con l’istituzione dell’Universal Periodic Review (Upr), ovvero la procedura d’esame periodico universale della situazione nazionale dei diritti umani, a cui dal 2008 devono sottoporsi, ogni quattro anni, tutti i paesi membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, senza eccezione alcuna, compresi i più potenti ed i più bellicosi. Nella scorsa sessione, quattordici paesi sono stati oggetto di considerazione, dalla Norvegia all’Albania, dalla Repubblica Democratica del Congo al Bhutan, dalla Corea del Nord al Qatar al Nicaragua

Ed anche l’Italia ci passa: tra tre sole settimane, il 27 ottobre, l’Italia inaugurerà da «protagonista» la ventesima sessione dell’Upr, per affrontare il proprio secondo esame, dopo quello del 2010. Saranno messi a nudo progressi ed arretramenti della situazione dei diritti umani nel nostro paese rispetto al rapporto del 2010 e nuove raccomandazioni saranno emesse dal Consiglio all’indirizzo del nostro paese.

Ci ritorneremo in un prossimo post; per il momento, finite le premesse, a noi preme piuttosto sottolineare la vera novità di questa sessione del Consiglio dei diritti umani, ovvero l’entrata in materia del Principe Zeid Ra’ad Zeid Al-Hussein, il quale, sostituendo la sudafricana Navi Pillay, diventa il primo Giordano, asiatico, arabo e musulmano nella storia dell’organizzazione ad occupare l’impegnativa funzione di Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Avevamo già parlato del Principe Zeid in questo blog qualche mese fa nell’articolo Una medaglia per il Capitano Mbaye Diagne; come forse ricorderanno i lettori, il Capitano Mbaye Diagne fu quel Casco Blu Onu che in Ruanda diede la propria vita per salvare centinaia, forse un migliaio di persone dal genocidio in atto nel 1994. A vent’anni dalla sua scomparsa, la storia di Mbaye Diagne è stata infine raccontata dalla Bbc nel documentario A Good Man in Ruanda uscito ad aprile. Dopo avere assistito alla proiezione del documentario, il Principe Zeid Ra’ad Zeid al-Hussein, allora Ambasciatore del Regno di Giordania all’Onu, aveva promosso presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’adozione di una risoluzione (avvenuta effettivamente l’8 maggio di quest’anno) che istituisce una “Medaglia del Capitano Mbaye Diagne per onorare i membri del personale Onu «che abbiano affrontato pericoli estremi nel compimento della propria missione». 

(Continua)