Ma Renzi assomiglia alla Thatcher? Oppure a Tony Blair? Il dibattito, dopo lo scontro frontale con la Cgil di Susanna Camusso, è aperto.
A mio modesto parere, né all’una né all’altra. La prima è riuscita ad abbattere un totem: lo Stato sociale e i sindacati inglesi erano ben più robusti di quanto non siano oggi i sindacati nel nostro Paese, per non parlare dei rimasugli di Stato sociale mangiucchiati ad ogni “riforma” e in ogni legge finanziaria o “di stabilità”, come si chiama adesso. Renzi sta picchiando duro, ma contro un pugile già bello e rincoglionito dagli avversari che hanno preceduto l’ex-sindaco di Firenze e dai pugni che – in mancanza di meglio – si è tirato da solo. Blair non ha affrontato grandi battaglie, ma si è limitato a ripassare ogni tanto con qualche aggiustatina sulla spianata calpestabile di diritti che la lady di ferro gli aveva lasciato in eredità.

La prova di forza che il presidente del Consiglio si è inventato è – appunto – una invenzione. Una ennesima trovata dell’erede di Berlusconi che gioca tutto sull’immagine senza curarsi della sostanza.
Poco gli importa di sapere che cosa sia lo Statuto dei Lavoratori, poco gli importa di sapere davvero quel che rimane dell’Articolo 18. Quel che conta per Renzi è farsi vedere capace (persino) di affrontare quello che sia per lui che per i suoi avversari è un tabù. Di riuscire laddove nessun altro era riuscito. Insomma, tanto per cambiare, di apparire.

Che nella sostanza non cambi nulla, lo diceva lui stesso e con della santa ragione in una intervista di qualche tempo fa, quando ancora Berlusconi era (o doveva essere mostrato come) l’avversario: “Nessun imprenditore mi ha mai detto che non viene ad investire a Firenze o in Italia perché c’è l’articolo 18. I problemi sono altri: la corruzione, la giustizia civile lenta, la mancanza di infrastrutture e politiche industriali…”.

Quel che (spero) abbia sottovalutato Renzi però è la portata “culturale” e simbolica d questa sua battaglia. Tant’è che un sondaggio dell’Ispo gli sbatte in faccia la dura realtà.
Se Renzi e il suo staff comunicativo, come non dubitiamo, erano certi di avere le spalle coperte dalla stupidità italiota che vede negli statali dei parassiti, nei sindacati una brutta razza attenta solo ai loro interessi, nella attenzione ai diritti come un orpello reso ancora più inutile dalla crisi, beh si sono sbagliati di brutto.

Perché gli italiani a quei pochi diritti che ancora hanno ci tengono. E in prevalenza sono contrari alla abolizione dell’articolo 18. E lo sono in particolare (grazie, Signore) i giovani.

Per il 54 percento degli intervistati, l’abolizione dell’articolo 18 “renderebbe i lavoratori dipendenti più ricattabili dai datori di lavoro” e per il 46 percento “indebolirebbe i lavoratori senza portar vantaggi all’occupazione”.
“Questa opinione è particolarmente accentuata tra i più giovani, che si affacciano al mercato del lavoro: tra i 25-34enni supera il 55%. Tra costoro, meno di un terzo è del parere opposto”, dice la ricerca Ispo. Vero è che “il 41% pensa che un provvedimento siffatto migliorerebbe le possibilità di lavoro per i giovani”, ma come dicono i dati Ispo, “questo parere è assai più diffuso tra gli anziani che tra i giovani stessi, a fronte di una percentuale maggiore – il 47% – che non è d’accordo”.

Insomma il giovane Renzi ha preso la sua prima toppa. E l’ha presa soprattutto tra i giovani, cui sempre la sua retorica fa riferimento.
E in effetti il suo è un tentativo piuttosto arduo anche da affrontare in termini di logica o di buonsenso: come si fa a sperare che passi la vulgata che sostiene che chi difende diritti è un conservatore mentre chi li cancella un progressista?

Magari, di questo passo, proveranno persino a farci credere che chi invece i diritti li vuol costruire è un pericoloso sovversivo. Del resto, questo è quel che dicevano i padroni delle ferriere, gli oligarchi e i blasonati del XVIII e del XIX secolo, che non sono finiti benissimo, per fortuna. Come non benissimo è finito il suo predecessore e maestro nell’inventare realtà sociali inesistenti Silvio Berlusconi.