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Ilva, Sperti (Uilm): “Anche senza area a caldo, anni per far ripartire Taranto. La cordata italiana? Il suo vero interesse è Genova”

Il leader della Uilm avvisa sulle condizioni dei laminatoi, certi di sopravvivere alle sentenze: "Alcuni reparti fermi dal 2013. La decarbonizzazione? Persi 13 anni per la lobby degli acciaieri"
Ilva, Sperti (Uilm): “Anche senza area a caldo, anni per far ripartire Taranto. La cordata italiana? Il suo vero interesse è Genova”
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Il destino dell’Ilva di Taranto è nelle mani della Cassazione, ma al di là della sopravvivenza o meno degli altoforni, i sindacati sanno che dovranno gestire le difficoltà del futuro, non legate solo alla chiusura dell’area a caldo. Quattordici anni dopo il sequestro degli impianti all’epoca nelle mani della famiglia Riva con l’ipotesi di disastro ambientale, il segretario generale della Uilm, Davide Sperti, non ha dubbi: “La situazione è peggiorata”. Perché in oltre un decennio, sostiene, quella dell’acciaieria si è trasformata in una storia di “irresponsabilità e incompetenza”. E il futuro appare complicato, a causa delle condizioni dell’impianto pugliese e dei reali obiettivi degli indiani di Jindal e della cordata italiana di Federacciai, il duo in corsa per rilevare il complesso industriale.

Intanto le sorti dell’Ilva sembrano interessare molto più al resto d’Italia che ai tarantini, eccetto operai e ambientalisti. È corretto?
Le rispondo da cittadino di Taranto: il contesto è alimentato da troppi anni da litigiosità e divisioni, promesse tradite e impegni disattesi. C’è rassegnazione, buona parte dei tarantini non crede più in nulla, neanche nella capacità di sentirsi comunità. Sono state messe toppe peggiori dei buchi creati in questi 14 anni. È un pericoloso gioco dell’oca e le pedine sono migliaia migliaia di lavoratori, oggi in una situazione deterioratasi rispetto a quando questa vicenda è iniziata. L’Ilva è una storia di irresponsabilità e incompetenza. Per questo Taranto è stanca.

Area a caldo attiva o spenta, la prospettiva è quella di una mini-Ilva?
Sono anni che ci battiamo per una decarbonizzazione, affinché siano tutelati tutti i diritti in gioco. Tuttavia gli obiettivi non si raggiungono come impone il Green deal attraverso una causa politica, finendo per distruggere diverse filiere europee mentre il resto del mondo brucia, ma avendo una prospettiva industriale. Se ci avessero dato ascolto, avremmo già dismesso gli impianti inquinanti. Lo chiediamo da tempo, anche a questa amministrazione straordinaria, sapendo che ci sarebbe stato un impatto occupazionale. Eravamo pronti, e continuiamo a esserlo, a discuterne, ma bisogna avere un aspetto ben chiaro in mente.

Quale?
L’Ilva è a Taranto da sessant’anni e in tutto questo tempo non è mai stato diversificato il tessuto industriale. Oggi non esiste un terreno fertile per assorbire gli esuberi. Anzi, potrei fare l’elenco delle altre vertenze locali, meno impattanti numericamente, che hanno lasciato macerie senza che sia stata trovata una soluzione per un solo lavoratore, penso alla Cementir e al terminal container del porto. La realtà è che non c’è alcun progetto industriale, non è un problema di Ilva o mini-Ilva. Neanche Jindal, l’unica offerta oggi sul piatto, ha una reale prospettiva: vuole solo importare qui le bramme prodotte in Oman.

Sta dicendo che non si fida anche della cordata italiana?
La loro manifestazione di interesse è zeppa di richieste: scudi legali, liquidità pubblica, sgravi al costo dell’energia, perimetro dell’area a caldo in mano pubblica con tutte le conseguenze del caso legate alle bonifiche. Sono dei presunti patrioti. Il vero obiettivo è mettere le mani sugli impianti di Genova e Novi Ligure, che da domani potrebbero ricominciare a lavorare a pieno ritmo con la laminazione. Vede, c’è una realtà che nessuno racconta: l’area a freddo di Taranto, ma anche la parte di laminazione a caldo, è sostanziale ferma da anni. Alcune linee sono inattive dal 2013. Ci vorranno anni e centinaia di milioni di euro per ripartire. Né in Italia né all’estero esiste un imprenditore che oggi, alla luce delle condizioni dell’acciaieria, può sopravvivere a condizioni di mercato. Per questo continuiamo a pensare che, in un primo momento, sarebbe necessario un intervento dello Stato. Non immagino una soluzione sovietica, ci mancherebbe, ma la garanzia pubblica passa attraverso il controllo della maggioranza ed è necessaria per accompagnare il privato in un primo arco di tempo limitato.

I 15 imprenditori italiani sostengono che sarebbero disponibili, forse in un futuro, alla costruzione di un forno elettrico.
Abbiamo già perso troppo tempo. Il commissario Enrico Bondi e il suo vice Edo Ronchi avevano capito tutto nel 2013 proponendo i forni elettrici, poiché erano conviti che rinnovare l’Autorizzazione integrata ambientale con un ciclo a carbone sarebbe stato fallimentare: una parte del problema dell’Ilva è l’incapacità di fare margini con volumi minori rispetto a quelli del 2008-10, livelli insostenibili a livello ambientale. Ma soprattutto avevano intuito che si stava solo rattoppando qualcosa di già vecchio. Se fossero stati ascoltati, avremmo potuto avere un’Ilva decarbonizzata già nel 2021 affermandoci come innovatori di caratura internazionale. Si opposero le lobby imprenditoriali, probabilmente anche qualcuno di questi patrioti che adesso si presentano in cordata. Così quel piano fu cassato, Bondi fu sostituito da Matteo Renzi con Piero Gnudi e poi arrivò la prima triade di commissari, iniziando la lunga sequela di bidoni di Stato che ha visto come protagonisti tutti i governi, nessuno escluso.

Lo spegnimento dell’area a caldo comporterà maggiore acciaio da importare. Si rischia un effetto contagio su settori già in difficoltà come automotive ed elettrodomestici?
Avranno certamente maggiori difficoltà, ma parliamo di due aziende – Electrolux e Stellantis – che vivono problemi in parte legati alle politiche europee, in parte endogeni come il costo dell’energia e per un altro verso autonomi. Intanto la geografia industriale si sposta sempre più verso la Cina perché il capitale insegue i margini. C’è una disponibilità delle istituzioni italiane ed europee a intervenire su questi problemi? Sentiamo solo parlare di gestione degli esuberi e mai di un intervento sulla traiettoria industriale che incida sulla competitività. La filiale italiana di Electrolux ha problemi da un decennio, è in atto una ritirata lenta con una costante riduzione occupazionale. Idem Stellantis, che negli scorsi anni ha incentivato migliaia di uscite. In tutto questo si inseriscono, come dicevo, le regole europee e, anche in quel contesto, l’incisività del governo dovrebbe essere maggiore.

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