La paga a ore? L’intelligenza artificiale ucciderà le consulenze senza competenza e risultati
Per anni le PMI hanno seguito una regola semplice: se qualcuno fuori dall’azienda può svolgere un lavoro a un costo inferiore, conviene affidarglielo. Contabilità, paghe, informatica, marketing, ordini, assistenza ai clienti. L’impresa evitava nuove assunzioni e acquistava competenze che non possedeva. Il fornitore vendeva persone, giornate di lavoro e pacchetti di ore. Questa formula ha funzionato. Ora l’intelligenza artificiale sta rompendo il meccanismo sul quale si reggeva.
Se una macchina può leggere documenti, classificare le richieste dei clienti, confrontare fatture e ordini o preparare un report in pochi minuti, pagare qualcuno soltanto per il tempo impiegato non ha più senso. L’intelligenza artificiale non ucciderà l’outsourcing. Renderà indifendibile un certo modo di venderlo.
Per una PMI italiana l’outsourcing non è un call center trasferito dall’altra parte del mondo. È il commercialista che riceve documenti disordinati. È l’agenzia che gestisce i social. È la società informatica che interviene quando il gestionale si blocca. È il collaboratore esterno che inserisce gli ordini e prepara i preventivi. Persone spesso indispensabili. Ma non tutte le attività che svolgono hanno lo stesso valore.
Prendiamo un’impresa commerciale con dieci punti vendita. Qualcuno raccoglie i dati delle vendite, controlla le giacenze, registra i resi e confronta gli incassi. Una parte di questo lavoro può essere automatizzata. Ma decidere quali prodotti riordinare, quali negozi stanno perdendo redditività o quando avviare una promozione richiede esperienza e responsabilità. La prima attività produce dati. La seconda produce decisioni. Pagarle nello stesso modo significa non aver capito dove si crea valore.
Molti imprenditori ragionano per blocchi: la contabilità è fuori, il marketing è fuori, l’informatica è fuori. È una distinzione troppo rozza. Nella stessa funzione esistono attività automatizzabili, altre che devono restare sotto il controllo dell’impresa e altre ancora che richiedono competenze esterne. In amministrazione, la lettura delle fatture, l’abbinamento con gli ordini e la segnalazione delle scadenze possono essere automatizzati. Gestire una crisi finanziaria, trattare con le banche o valutare un investimento richiede giudizio professionale.
Nel marketing l’intelligenza artificiale può preparare bozze e varianti di una campagna. Non può decidere da sola quale identità debba avere l’azienda o quali promesse fare ai clienti. L’errore sarebbe affidare tutto alla macchina. Ma sarebbe altrettanto sbagliato pagare persone qualificate per lavori che una macchina può eseguire in pochi secondi.
Molti contratti di consulenza e outsourcing sono costruiti sulle ore lavorate, sul numero di persone impiegate o su un canone mensile poco collegato ai risultati. Più tempo serve, più il fornitore fattura. L’intelligenza artificiale capovolge questa logica. Se un’attività che richiedeva tre giornate oggi può essere completata in poche ore, il cliente non deve continuarla a pagare come se nulla fosse cambiato. Questo non significa che la consulenza debba costare poco. La competenza vera potrebbe valere di più. Ma bisognerà smettere di remunerare la fatica e cominciare a remunerare il risultato.
Un’agenzia non dovrebbe essere pagata soltanto per i post pubblicati, ma per la qualità dei contatti generati. Un fornitore informatico non per le ore impiegate, ma per la continuità del servizio. Un consulente amministrativo non per i file elaborati, ma per l’affidabilità delle informazioni consegnate. È un passaggio difficile perché rende tutto più trasparente. E la trasparenza viene invocata da tutti, ma amata da pochi.
Qualche imprenditore penserà: “Allora faccio tutto internamente”. Sarebbe un altro errore. Avere accesso a uno strumento non significa possedere una competenza. Si può produrre un’analisi elegante e sbagliata, automatizzare una procedura inefficiente o esporre dati riservati usando strumenti non adeguati. Le PMI non devono riportare ogni attività all’interno. Devono riportare all’interno la conoscenza dei processi, il controllo dei dati e la capacità di valutare i risultati.
Per ogni servizio esterno, l’imprenditore dovrebbe sapere quale risultato sta acquistando, quali attività svolgono le persone e quali le macchine, chi risponde degli errori e a chi appartengono i dati. Se il fornitore non sa rispondere, non sta offrendo un servizio evoluto. Sta vendendo una scatola chiusa.
L’intelligenza artificiale non eliminerà consulenti, agenzie e società di servizi. Ridurrà il valore delle attività semplici che molti continuano a fatturare come se fossero complesse. Sopravvivrà chi utilizzerà la tecnologia per lavorare più velocemente, interpretare meglio i dati e assumersi una responsabilità sul risultato. Avrà difficoltà chi continuerà a vendere ore, riunioni e documenti standard.
Un consulente non può chiedere al cliente di pagare la propria lentezza. Se l’intelligenza artificiale riduce i tempi, quel vantaggio deve essere condiviso con l’impresa. Il suo valore dovrà trovarsi nella diagnosi, nelle decisioni e nella capacità di vedere ciò che la macchina non vede.
L’outsourcing non è morto. Sta cambiando padrone. Prima comandava chi metteva a disposizione più persone a un costo inferiore. Domani comanderà chi saprà ottenere risultati migliori con meno passaggi, meno errori e maggiore controllo. Anche le PMI devono cambiare domanda. Non più: “Quanto mi costa una persona per svolgere questo lavoro?”. La domanda corretta è: “Quanto vale il risultato e chi è disposto a risponderne?”.
È lì che finisce il vecchio outsourcing. Ed è lì che comincia l’impresa capace di usare davvero l’intelligenza artificiale.